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sabato 5 giugno 2010

Il paradosso di Moore.. e Saviano

Quattro puntate. Fabio Fazio e Roberto Saviano avrebbero dovuto presentare "Vieni via con me" su Rai Tre: una puntata dedicata al caso Piergiorgio Welby, il malato che ottenne la sospensione dell'alimentazione forzata. Un'altra alla 'ndrangheta. Una alla ricostruzione post- terremoto in Abruzzo. L' ultima alla questione dei rifiuti in Campania.

Considerati i cospicui ascolti di "Che tempo che fa", nessuna occasione più ghiotta per lo share firmato Rai. Eppure i vertici dell'azienda hanno messo in discussione l'ipotesi delle quattro puntate, considerando la possibilità di ridurle a due. Gli argomenti scottanti di cui si vorrebbe fare a meno sono quelli riguardanti la ricostruzione post-terremoto e i rifiuti in Campania. Il primo in particolare riporterebbe in auge la spinosa questione Bertolaso, appalti, Anemone & co.
Così martedì prossimo la questione sarà di puro dominio del consiglio di amministrazione Rai.

Intanto di certo c'è solo la reazione critica e determinata di Fabio Fazio: "Se ci tolgono due puntate non vanno in onda neanche le altre. Il programma non si fa." Il Presidente Rai Paolo Garimberti ha già dichiarato la sua posizione in difesa della libertà di informazione e dell'intero corpo originario di quattro puntate,  ma non tutti sembrano pensarla così e soltanto il consiglio di martedì potrà spostare l'ago della bilancia da una o dall'altra parte.

Nel frattempo da "Generazione Italia" di Gianfranco Fini arrivano appelli a Silvio Berlusconi, perchè il Premier si schieri dalla parte di Saviano. Il responsabile della testata online del movimento di Gianfranco Fini afferma "Non lo diciamo per Saviano che ha la capacità e la forza di difendersi da solo. Lo diciamo per noi e per tutti quegli italiani che vorrebbero essere ancora orgogliosi del proprio paese, per tutti quegli italiani che ancora cercano le ragioni profonde di uno stare insieme, di un riconoscersi, di un apprezzarsi. Ecco, Roberto Saviano, quel che questo ragazzo rappresenta, è una delle ragioni: l'idea di un paese normale in cui legalità e giustizia abbiano di nuovo un senso concreto, al di là della retorica, al di là della propaganda". Critiche più o meno decise arrivano anche dall' Italia Dei Valori di Antonio Di Pietro e dal Pd.

La domanda è: la Rai tiene di più alla libertà di informazione o allo share? Sia nel primo che nel secondo caso Saviano dovrebbe comunque andare in onda. Sicuramente gli argomenti trattati dalle ultime due puntate sono uno scomodo intralcio per un certo potere politico, ma Saviano rimane un bene prezioso per gli ascolti, cioè per quello mediatico. Un personaggio trasversale agli orientamenti politici del Paese:  seguito, apprezzato e ascoltato da molti che ancora credono nella legalità.

Probabilmente la Rai del passato avrebbe potuto avere a cuore la libera e pubblica informazione diretta al cittadino. Non questa Rai. La logica dell'azienda ormai pervade e indirizza l'intera società italiana, ad ogni livello: dal Paese-azienda guidato dall'imprenditore Silvio Berlusconi che scendeva in campo coronato e impreziosito dai molti successi nel mondo del business, alla stessa mamma Rai, immersa nella logica della concorrenza, del profitto pubblicitario e dello share. Che non guarda ai contenuti offerti, ma alle risposte del pubblico. Paradossalmente perciò più democratica di quanto lo fosse in passato: sono gli spettatori che, armati di telecomando, decidono quali contenuti privilegiare. Non più la Rai che educava i numerosi analfabeti del dopoguerra, ma quella continuamente plasmata dagli sfuggevoli e discontinui orientamenti dei proprio clienti.

Oggi la questione di maggior importanza tra i vertici Rai non è tanto quella relativa alla libera informazione, quanto piuttosto quella legata allo share,  al potere mediatico;  tuttavia, con buona pace del potere politico, stavolta questi due interessi coincidono e  si muovono in una stessa direzione. Saviano fa libera informazione ma, al tempo stesso, Saviano fa ascolti.

Tutto questo riporta un po' alla sottile ironia di Michael Moore, il giornalista indipendente americano famoso per le sue numerose e scomode inchieste: dall'11 settembre agli psicofarmaci, da Guantanamo ai fast food. Moore afferma che il suo più grande alleato è lo stesso capitalismo perverso, che combatte da sempre: le sue inchieste scorrono liberamente e prive di censure nelle sale cinematografiche, diffondendosi nel globo proprio grazie all'ideale freddo e amorale del business. Michael Moore ha raggiunto una tale popolarità sull'onda di un sistema volto al solo profitto. Moore "fa audience", tutti puntano su Moore, nemici compresi. E il giornalista americano intanto continua a portare avanti la sua battaglia. Dall'interno.

Non sappiamo se Saviano potrebbe definirsi una sorta di Moore italiano, quello che è certo è che le dinamiche ora delineate sembrano riproporsi anche in Italia: Mondadori ed Einaudi -di proprietà di Silvio Berlusconi- continuano oggi a pubblicare per lo scrittore napoletano, nonostante le scintille e i continui attriti con lo stesso Premier.

Un paradosso che inietta un po' di ottimismo nel panorama della libera informazione in Italia. O forse dovremmo chiamarla semplicemente "share"?



Luca Ciccarese


lunedì 8 marzo 2010

Crisi di identità politica

Si sente molto spesso parlare di una fantomatica crisi dei valori e di ideali che pervaderebbe il nostro tempo e la nostra società, oltre a caratterizzare profondamente l'individualità del cittadino globale. Non si tratta semplicemente di qualunquismo, ma ciò che notiamo è solo la punta di un iceberg, la traduzione microsociale e superficiale di un fenomeno ben più pervasivo e radicato, che delinea e scandisce la fisionomia delle nuove modalità esistenziali e comunicative del XXI secolo.

La stessa politica non fa eccezione in questo senso, anzi molte delle critiche che oggigiorno la scuotono derivano proprio dagli effetti di certi nuovi trend comunicativi che sembra aver adottato.

E' evidente che i punti di riferimento si sono fatti sempre più inconsistenti sia sull'orizzonte politico che sociale del nostro vivere; sociologi del calibro di Z. Bauman e U. Beck hanno definito la nostra società come società dell'incertezza, senza prospettive, né apparente futuro. Società del “qui ed ora” che assolutizza passato e futuro, disintegrandoli in un eterno presente.

Non è solo questo che rende vacue le prospettive da cui osserviamo il mondo, spesso ogni nostra opinione sembra avvilupparsi nella confusione e nel caos, come se non riuscissimo più a distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, l'esterno e l'esteriore dalla nostra stessa individualità interiore; ciò avviene in ambito comunicativo e le moderne strategie di marketing ne sono un esempio nei loro quotidiani effetti.

Il sociologo Nello Barile, nel suo libro "La mentalità neototalitaria" afferma "il nuovo totalitarismo [...] penetra negli interstizi, si annida nelle nicchie, dà nuovo senso agli 'scarti'. Tutto ciò per occupare perentoriamente lo spazio identitario dell'altro, per carpire il patrimonio di segni e valori che lo contraddistingue, per negare il suo status e riaffermarlo successivamente su di un livello superiore" (FONTE) ed esteriore io aggiungerei.

I vecchi totalitarismi, che siamo abituati a riconoscere facilmente, usavano le armi dell'esclusione o dell'inglobazione dell'altro per garantire l'ordine sociale e lo status quo. La nuova mentalità invece, il cui archetipo risiede nelle strategie di marketing, tende proprio ad annullare l'altro appropriandosi tacitamente e silenziosamente della sua stessa identità, della sua cornice esistenziale per colmarla e iniettarla di un altro senso, di un'altra essenza finalmente conforme e non più 'problematica' per l'ordine costituito.

Per fare un esempio sulle dinamiche di questo processo, possiamo notare come ogni giorno in tv passino le immagini di famiglie virtuali estremamente gioiose, perfette, equilibrate che fanno colazione, pranzano, cenano in completa armonia; nello stesso momento altre famiglie reali di vario genere e con altri equilibri sicuramente diversi fanno da spettatrici a questi messaggi apparentemente innocui. La modalità di certe strategie di marketing è allora proprio quella di appropriarsi dell'identità dell'altro etichettandola con un marchio o un prodotto che SEMBRA perciò rappresentarla, ma che in realtà rappresenta soltanto una identità stereotipata e per questo priva di tutte le sfaccettature che caratterizzano la vita reale. E' come se lo spettatore fosse la cornice entro cui le strategie pubblicitarie disegnano la sua stessa storia, i suoi stessi valori e desideri marchiandoli a fuoco con la sigla di un qualsiasi prodotto di consumo. Il messaggio finale è "eccoti, questo sei tu(la tua 'cornice'), noi sappiamo quello che vuoi e desideri, per averlo acquista il tale prodotto..". La logica è quella del mutamento della sostanza (ciò che voglio), mantenendo la forma(come appaio).

Naturalmente queste strategie sono oggi molto più articolate, perfezionate e pervasive e il marketing -sebbene le abbia originate- non è il solo campo entro cui operano.

Lo svuotamento dell'identità dell'altro e la sua conseguente appropriazione, oltre a mero strumento di persuasione del XXI secolo, sembra anche funzionare come arma politica. Partiti rivali si svuotano di 'senso' vicendevolmente, si appropriano delle caratteristiche profonde del 'nemico', delle sue modalità comunicative e strategie, dei suoi temi profondi e dei suoi punti fermi frutto di un '900 dimenticato. Ecco allora che leggendo e osservando la punta di un iceberg ci si accorge di non scorgere più distanze, né punti di rottura, tra destra e sinistra e si parla di crisi di valori e ideali.

La destra si appropria di temi considerati di sinistra, e viceversa. Per riportare la questione dalla teoria alla pratica, basta semplicemente dare un'occhiata a quello che accade oggi in Italia (e non solo), pochi anni fa le liberalizzazioni promosse da Bersani furono un esempio lampante dello 'straripamento' di una linea politica fuori dal suo letto sinistroso e di appropriazione di tematiche storicamente proprie di una destra liberale. Dall'altro lato un altro dei molti esempi che è possibile riportare riguarda l'opinione esternata di recente dal ministro Tremonti e dal premier Berlusconi su questioni di precariato e posto fisso: "Non credo che la mobilità sia di per sé un valore” affermava il ministro dell'economia l'ottobre scorso (FONTE) e di riflesso lo seguivano le dichiarazioni del presidente del consiglio "Io sto con Tremonti, posto fisso e partite Iva sono un valore" e aggiungeva "lo dimostrano i provvedimenti del governo". Suona strano anche questo e infatti la notizia in questione ebbe risalto proprio per la sua particolarità e originalità, proveniva da una destra liberale che fino a pochi anni prima promuoveva la flessibilità. Per chiudere il cerchio del paradosso lo stesso premier aggiungeva "Il governo lavora per una società fatta di libertà, di sviluppo economico e di solidarietà. [...] principi dell'economia sociale di mercato"(FONTE), quest'ultima,l' economia sociale di mercato, è una parola passata frequentemente in quel periodo, ma è semplicemente contraddittoria di per sé. Successivamente alle aspirazioni del nuovo neo-liberismo (promosso dalla destra di Reagan e di M. Tatcher) che delineavano un mercato che si regolava da sé, senza il bisogno di uno stato sociale e di un welfare che preservasse dagli effetti perversi della distribuzione della ricchezza, la destra italiana parla di "economia sociale di mercato".

Non molto tempo fa, negli anni '70 assistevamo ad una guerra fredda globale sintetizzabile in due fronti contrapposti: da un lato una economia di mercato (Usa), dall'altro di economia sociale e pianificata (Urss); lungi dal volere a tutti i costi ragionare in termini aristotelici e estremamente dicotomici di bianco o nero, vero o falso, ci chiediamo però -dati anche i fallimenti che ebbero certi esperimenti ibridi di economia sociale di mercato nell'ultima Urss di Gorbaciov- cosa rappresenti quella nuova etichetta coniata dalla destra liberale italiana. Probabilmente niente. Ricorda molto però le strategie delineate precedentemente, e sembra essere l'applicazione demagogica politica di quella che l'antropologo Gregory Bateson definiva "doppio vincolo"(FONTE), una situazione nella quale due messaggi emessi contemporaneamente da una stessa emittente si contraddicevano vicendevolmente e lasciavano lo spettatore inerme, vincolato, intrappolato dal loro incongruo sovrapporsi, come se non potesse avere la possibilità di decidere quale dei due livelli contraddittori accettare come valido, e nemmeno di far notare a livello esplicito l'incongruenza.

Bateson fornisce un esempio: una madre, dopo un lungo periodo, rivede il figlio, ricoverato per disturbi mentali. Il figlio, in un gesto d'affetto, tenta di abbracciare la madre, la quale si irrigidisce; il figlio a questo punto si ritrae, al che la madre gli dice: "Non devi aver paura ad esprimere i tuoi sentimenti". Nonostante a livello di comunicazione implicita (il gesto di irrigidimento) la madre esprima rifiuto per il gesto d'affetto del figlio, a livello di comunicazione esplicita (la frase detta in seguito), la madre nega di essere la responsabile dell'allontanamento, alludendo al fatto che il figlio si sia ritratto non perché intimorito dall'irrigidimento della madre, ma dai suoi stessi sentimenti; il figlio, colpevolizzato, si trova impossibilitato a rispondere.

Naturalmente è l'analogia, quella che facciamo, di un campo politico/sociologico con un campo puramente psicologico, ma ci aiuta a comprendere meglio che effetto possano avere certe dinamiche contraddittorie, consce o non consce che siano.

Ancora più singolare ma confermante certe tendenze moderne fu la reazione del Pd, che sembrava in quell'occasione allontanarsi dalla sua natura originaria e 'sinistrosa': alle parole di Tremonti, Franceschini tuonava inaspettatamente: "Il posto fisso? No, serve dinamismo" (FONTE) , cosa questo significhi non è facile affermarlo, 'dinamismo' sarà forse un sinonimo della tanto in passato osteggiata flessibilità? Caos.

Franceschini alla domanda del giornalista: "Ma il posto fisso è un valore?" rispondeva: "Quello che dice Tremonti non esiste più nelle società moderne. Ed è impossibile tornare indietro. Il Pd può farcela solo se riesce nell'operazione di rovesciare i valori della destra e affermarne altri. Due parole: merito ed eguaglianza".

Di che valori stiamo parlando? Di valori di destra? o di sinistra? Forse di destra e di sinistra, in un continuo 'svuotamento di senso' reciproco.

Pensiamo al merito, esso è stato da sempre alla base della società capitalista, la logica del self-made man, dell'uomo che grazie alle sue capacità riesce a salire nella scala sociale autonomamente; e l'uguaglianza? da sempre celebrata dalle opere di Marx e da tutto il panorama della sinistra storica, esaltata ancora prima da Rosseau che guardava con diffidenza alla proprietà privata; uguaglianza come perenne baluardo, un simbolo agitato contro le continue degenerazioni del sistema capitalista, degenerazioni che l'ormai obsoleto welfare state ha cercato di arginare in passato.

Merito e uguaglianza quindi, l'uno ci riporta al capitalismo, l'altro a rivendicazioni socialiste: due concetti conflittuali e contraddittori se non adeguatamente argomentati e lasciati tra le righe di un articolo.

E' utile e necessario infatti -proprio perchè il mondo è continuo mutamento- che anche le prospettive da cui è quotidianamente osservato siano a loro volta dinamiche e possano mutare. E questo avviene anche dal punto di vista del pensiero politico, di sinistra o di destra che sia: è cioè utile e produttivo rimettere in gioco sé stessi e la società tutta, ripensare un'identità o un obiettivo, ma storicamente ciò è sempre accaduto con cognizione di causa, dopo adeguate argomentazioni, dibattiti, riflessioni filosofiche ed anche dopo dolore, strappi, frammentazioni partitiche, ritorsioni. Oggi invece, questo continuo, inflazionato e giornaliero trasformismo sembra assumere dinamiche camaleontiche e sembra indirizzarsi più verso fini propagandistici che verso il reale ripensamento critico della propria identità.

E' come se l'identità stessa di questi nuovi protagonisti politici abbia accettato la sua fondamentale non-identità e non-soggettività, dedicandosi perciò non più all'esaltazione di principi costanti o obiettivi concreti(difficilmente individuabili nella politica del XXI secolo), ma all'intercettazione delle volontà frammentarie e degli orientamenti del pubblico, cercando di carpire le tendenze discontinue e confuse di una cittadinanza dimenticata. Apparentemente perciò un partito succube, guidato dall'orientamento popolare e dunque estremamente democratico, tuttavia anche un partito di marketing, che si rivolge ai suoi elettori o potenziali elettori con strategie tipiche delle migliori promozioni pubblicitarie trattandoli non più come cittadini informati, ma fondamentalmente come consumatori politici, figli infausti di un'epoca.

Questa situazione non si limita alla sola Italia, in un passato non molto distante anche il partito laburista inglese (sinistra non marxista) cambiava per così dire fattezze e dopo l'allontanamento dagli apparati sindacali e la soppressione del punto 4 (che affermava l'eguale distribuzione dei frutti del lavoro tra impresa e operaio sulla base di una comune proprietà dei mezzi di produzione e che nasceva nel 1918 sotto l'influenza della rivoluzione leninista in Russia), Tony Blair, nuovo segretario, presentava il "nuovo laburismo" affermando "per me il socialismo non ha mai significato nazionalizzazione o potere dello Stato. E neanche economia o politica. E' un obiettivo morale di vita. Un insieme di valori. Un credere nella società. Nella cooperazione"(FONTE). Parole nobili, ma che non furono supportate dall'evidenza, proprio perchè questo nuovo socialismo una identità propria e innovativa non l'aveva, nonostante la demolizione di quella passata. Aveva piuttosto un'identità equivoca proprio come quella del Veltroni parodizzato e caricaturizzato da Maurizio Crozza con i suoi continui e contraddittori "ma anche". Un'identità ambigua sintetizzabile nelle parole dello stesso Blair "Credo nella famiglia. Credo nel polso fermo con la criminalità [...]. Questo è il partito patriottico" e ancora "alcuni potrebbero dire che questi sono valori di vecchio stampo e di destra", infine "non lasciate che i Tory si impadroniscano di questi valori - sono nostri". Sinistra o destra? Caos.

Luca Ciccarese

Fonti:

Nello Barile - La mentalità neototalitaria
Tremonti marxista?
Berlusconi: "Posto fisso un valore"
Franceschini: "Il posto fisso? No, serve dinamismo"
Domenico Settembrini - C'è un futuro per il socialismo? E quale?