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mercoledì 19 gennaio 2011

La favola di Berlusconi

La storia infinita. Ci risiamo: Berlusconi VS magistratura. Uno scontro snervante anche per chi, ormai, non ne è che uno spettatore decennale, uno dei tanti. In questi ultimi anni le inchieste che hanno visto protagonista il Presidente del Consiglio sono state numerose e disparate, da Mediaset a Mediatrade, dalla corruzione Mills al Rubygate, da Ciancimino a Spatuzza. Tra presunte leggi ad personam e rinvii semestrali dei processi in attesa dei giudizi della Corte costituzionale, la lunga coda di vicende giudiziare di B. si è trascinata silenziosamente. Un'ombra lunga e nera. Parlamentari e cittadini dell'opposizione hanno invocato le dimissioni, sentendo lesa l'immagine del Paese. Paese ormai eclissato da quell'ombra scura, tanto che il nome futuro del Pdl - sembra - dovrà essere proprio "Italia", ironia della sorte. Berlusconi, dalla discesa in campo, non ha fatto che raccontare una lunga, quanto ripetitiva, favola. Non parlo di promesse elettorali, ma di quelle peculiari dinamiche comunicative che hanno caratterizzato e contraddistinto il berlusconismo politico. Cos'è una favola? Non è forse una lettura stilizzata e semplicistica del mondo? Una suddivisione netta e stabile tra buoni e cattivi, tra bene e male, tra lupo e cappuccetto rosso. Dopo diciassette anni di B. sembra quasi ovvia e scontata una visione di questo genere agli occhi della cittadinanza, tanto che buona parte dell'opposizione ne ha notevolmente risentito, fondando nell'antiberlusconismo la ricetta della propria esistenza e delle proprie alleanze. Anche l'opposizione è stata sconfitta dal know-how  berlusconiano, trovandosi inglobata nelle sue stesse logiche, trovandosi a combattere con le sue stesse armi. Marchiata a fuoco dal segno di un'epoca che non le appartiene più. La lettura del mondo di cui è portatore B. è tanto univoca, quanto infantile e semplicistica: la sinistra, i comunisti, i post-comunisti o qualsiasi altro tipo di opposizione costantemente all'origine di ogni male, dall'altro lato il bene che non indietreggia, mai. Una vera e propra visione del mondo, una visione così totale e completa da sconfinare e dispiegarsi nel potere mediatico, nei modelli "vincenti" della società civile e nello scontro col potere giudiziario. Così totale da affermarsi come cultura berlusconiana. Quella magistratura che indaghi su esponenti del partito del salvatore, diventa magistratura politicizzata, "braccio armato" della sinistra. Una minestra riscaldata che va avanti dal '94. Nelle campagne elettorali di B. ricordiamo lucidamente grandi e prepotenti manifesti elettorali: "la sinistra ha messo in ginocchio il Paese. Rialzati Italia". Un po' come il Cristo che scende tra gli uomini, sconfigge la morte e sancisce la resurrezione con espressioni mitiche quali: "Lazzaro, alzati e cammina". Naturalmente il ruolo della morte lo fa la sinistra, duemila anni dopo. Siamo sicuri che la nostra epoca sia allora così laica, logica e razionale come crediamo? O forse il mito e la superstizione si celano costantemente dentro insospettabili involucri? L'ultima visione mitologica veicolata dalla politica fu, d'altronde, quella proposta da Adolf Hitler. Inginocchiare i ricchi ebrei, per risollevare una Germania in piena crisi economica. L'individuazione simbolica dell'ebreo come male era un punto di riferimento: tutto il male identificato con il mondo dell'ebreo. Anche la conseguente sensazione di sicurezza derivante dalla lettura dicotomica di un noi positivo idealmente condiviso e riconosciuto, che si contrappone a un loro ostile e avverso, giocava un ruolo primario in una Germania in piena crisi identitaria. Non fu mitologia questa? Non fu il riscatto dell'irrazionalità del potere?  Eppure ancora oggi la "pancia" surclassa la mente, tanto che Voltaire rabbrividirebbe: "Signora, cosa ne pensa degli ultimi scandali del Presidente?" - "Guardi, che le devo dire su queste cose, a me sta simpatico".
B. propone una visione del mondo duale, rassicurante e sorridente, B. sa quali sono i problemi e chi ne è la causa. La favola di B. è quella delle toghe rosse, del giornalismo "fazioso", del finiano traditore venduto al nemico, degli studenti rossi e fannulloni, del complotto internazionale delle sinistre, dell'amore che vince sempre contro l'odio. La favola di B. non risparmia nemmeno Napolitano, definito mesi fa come uomo "storicamente di sinistra". La favola di B. racconta anche la Costituzione italiana, a modo suo: una serie di fogli di carta e inchiostro dotati di vita propria e di ideali politici, non ci crederete, di sinistra. La narrazione mitologica di B. è destinata a continuare, specie in questo periodo di polarizzazione dello scontro. Non sembriamo avvertirla più questa narrazione, quasi assuefatti e ammaliati dalle parole di un cantastorie sempre sorridente. Eppure l'Italia conobbe anche il compromesso storico di Berlinguer e il bene comune, conobbe Pertini e il senso dello Stato. Oggi se ne dimentica e si accontenta; e allora, trascinata in un vortice di polarizzazioni, si abbiglia di bianco e di nero, al di là di ogni possibile sfumatura. Si rassicura entro una antica, dualista lettura del mondo: buoni e cattivi.
L'opposizione si ritrova trascinata nella narrazione. Risente del successo avversario e si abbassa al suo livello per combatterlo, tanto che l'antiberlusconismo diventa cemento ultimo e unico di vaste coalizioni, e infine mito, anch'esso; ma la favola è già scritta e la racconta ormai da diciassette anni  il nostro B. cantastorie, che, d'altronde, ha già deciso il finale: l'amore vince sempre sull'odio, cappuccetto rosso sul lupo. L'opposizione non può vincere se sta al suo gioco, confinata in una favola, poichè - a scapito del nome - la parte di cappuccetto rosso è già stata assegnata. Dal 1994.

Luca Ciccarese

sabato 5 giugno 2010

Il paradosso di Moore.. e Saviano

Quattro puntate. Fabio Fazio e Roberto Saviano avrebbero dovuto presentare "Vieni via con me" su Rai Tre: una puntata dedicata al caso Piergiorgio Welby, il malato che ottenne la sospensione dell'alimentazione forzata. Un'altra alla 'ndrangheta. Una alla ricostruzione post- terremoto in Abruzzo. L' ultima alla questione dei rifiuti in Campania.

Considerati i cospicui ascolti di "Che tempo che fa", nessuna occasione più ghiotta per lo share firmato Rai. Eppure i vertici dell'azienda hanno messo in discussione l'ipotesi delle quattro puntate, considerando la possibilità di ridurle a due. Gli argomenti scottanti di cui si vorrebbe fare a meno sono quelli riguardanti la ricostruzione post-terremoto e i rifiuti in Campania. Il primo in particolare riporterebbe in auge la spinosa questione Bertolaso, appalti, Anemone & co.
Così martedì prossimo la questione sarà di puro dominio del consiglio di amministrazione Rai.

Intanto di certo c'è solo la reazione critica e determinata di Fabio Fazio: "Se ci tolgono due puntate non vanno in onda neanche le altre. Il programma non si fa." Il Presidente Rai Paolo Garimberti ha già dichiarato la sua posizione in difesa della libertà di informazione e dell'intero corpo originario di quattro puntate,  ma non tutti sembrano pensarla così e soltanto il consiglio di martedì potrà spostare l'ago della bilancia da una o dall'altra parte.

Nel frattempo da "Generazione Italia" di Gianfranco Fini arrivano appelli a Silvio Berlusconi, perchè il Premier si schieri dalla parte di Saviano. Il responsabile della testata online del movimento di Gianfranco Fini afferma "Non lo diciamo per Saviano che ha la capacità e la forza di difendersi da solo. Lo diciamo per noi e per tutti quegli italiani che vorrebbero essere ancora orgogliosi del proprio paese, per tutti quegli italiani che ancora cercano le ragioni profonde di uno stare insieme, di un riconoscersi, di un apprezzarsi. Ecco, Roberto Saviano, quel che questo ragazzo rappresenta, è una delle ragioni: l'idea di un paese normale in cui legalità e giustizia abbiano di nuovo un senso concreto, al di là della retorica, al di là della propaganda". Critiche più o meno decise arrivano anche dall' Italia Dei Valori di Antonio Di Pietro e dal Pd.

La domanda è: la Rai tiene di più alla libertà di informazione o allo share? Sia nel primo che nel secondo caso Saviano dovrebbe comunque andare in onda. Sicuramente gli argomenti trattati dalle ultime due puntate sono uno scomodo intralcio per un certo potere politico, ma Saviano rimane un bene prezioso per gli ascolti, cioè per quello mediatico. Un personaggio trasversale agli orientamenti politici del Paese:  seguito, apprezzato e ascoltato da molti che ancora credono nella legalità.

Probabilmente la Rai del passato avrebbe potuto avere a cuore la libera e pubblica informazione diretta al cittadino. Non questa Rai. La logica dell'azienda ormai pervade e indirizza l'intera società italiana, ad ogni livello: dal Paese-azienda guidato dall'imprenditore Silvio Berlusconi che scendeva in campo coronato e impreziosito dai molti successi nel mondo del business, alla stessa mamma Rai, immersa nella logica della concorrenza, del profitto pubblicitario e dello share. Che non guarda ai contenuti offerti, ma alle risposte del pubblico. Paradossalmente perciò più democratica di quanto lo fosse in passato: sono gli spettatori che, armati di telecomando, decidono quali contenuti privilegiare. Non più la Rai che educava i numerosi analfabeti del dopoguerra, ma quella continuamente plasmata dagli sfuggevoli e discontinui orientamenti dei proprio clienti.

Oggi la questione di maggior importanza tra i vertici Rai non è tanto quella relativa alla libera informazione, quanto piuttosto quella legata allo share,  al potere mediatico;  tuttavia, con buona pace del potere politico, stavolta questi due interessi coincidono e  si muovono in una stessa direzione. Saviano fa libera informazione ma, al tempo stesso, Saviano fa ascolti.

Tutto questo riporta un po' alla sottile ironia di Michael Moore, il giornalista indipendente americano famoso per le sue numerose e scomode inchieste: dall'11 settembre agli psicofarmaci, da Guantanamo ai fast food. Moore afferma che il suo più grande alleato è lo stesso capitalismo perverso, che combatte da sempre: le sue inchieste scorrono liberamente e prive di censure nelle sale cinematografiche, diffondendosi nel globo proprio grazie all'ideale freddo e amorale del business. Michael Moore ha raggiunto una tale popolarità sull'onda di un sistema volto al solo profitto. Moore "fa audience", tutti puntano su Moore, nemici compresi. E il giornalista americano intanto continua a portare avanti la sua battaglia. Dall'interno.

Non sappiamo se Saviano potrebbe definirsi una sorta di Moore italiano, quello che è certo è che le dinamiche ora delineate sembrano riproporsi anche in Italia: Mondadori ed Einaudi -di proprietà di Silvio Berlusconi- continuano oggi a pubblicare per lo scrittore napoletano, nonostante le scintille e i continui attriti con lo stesso Premier.

Un paradosso che inietta un po' di ottimismo nel panorama della libera informazione in Italia. O forse dovremmo chiamarla semplicemente "share"?



Luca Ciccarese