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mercoledì 15 dicembre 2010

Non piangere Italietta

The day after tomorrow, l'alba del giorno dopo. Mesi di attriti, scissioni, litigi e mediazioni. Quattordici dicembre, il Parlamento respinge la mozione di sfiducia. Il governo resiste, galleggia. Buongiorno Italia, hai quasi centocinquanta anni e come stai Italia? Trecentotredici contro trecentoundici, due astenuti, sei salva, o no? Magari ripensi agli insulti? Ai cori da stadio in Parlamento, al rumore ovattato delle esplosioni e delle sirene fuori dal Parlamento, al dito medio di Gasparri, al "Va' pensiero" intonato dalla Lega, alle risse tra deputati. Buongiorno Italia. Sembra tu sia preoccupata, non starai pensando che ti abbiano venduta o stuprata, per trenta denari magari. Ti ho sentita piangere ieri pomeriggio Italia, fuori dal Parlamento. Sentivo le tue urla tra le fiamme. Lacerata, dimenticata, straziata. Hai finalmente pianto Italia, sono sgorgate lacrime di rabbia per le vie di Roma, credevo non potesse più accadere. Alla tv dicono che tutto va bene, ma ho sentito le tue urla. Dicono che sono pazzo. Non te la prendere con i deputati Italia, dal Parlamento non riescono a sentirti, e non arriva nemmeno la puzza dei rifiuti. Eppure parlano sempre di te sai? In continuazione. No, che dici, non parlano di se. Lo so, lo so che certi deputati non sono sembrati così 'limpidi' ieri, ma l'hanno fatto per il tuo bene sai, me l'hanno detto. Pensa un governo tecnico dove ti avrebbe portata, pensa che tragedia per la sovranità popolare. E poi anche se Antonio Razzi, Gianpiero Catone, Massimo Calearo, Bruno Cesario, Maria Grazia Siliquini e Catia Polidori ti avessero - come dicono - venduta per trenta denari, beh trenta per sei fa centottanta, non è vero che vali poco, in ogni caso. Almeno sei volte Gesù Cristo, pensa. Sì Italia, so bene che non sei una cima a matematica, ma magari su altri argomenti sarai più preparata, dici di no, perchè? I tagli all'istruzione? E dai, quanti problemi che ti fai Italietta, a centocinquant'anni cosa vuoi stare ancora lì ad istruirti. Il mondo è molto più bello e sicuro dagli occhi di uno sciocco, la cultura genera il dubbio e in più, come dice Tremonti, mica si mangia! Certo qui da te il problema non è certo il cibo, qui ti do ragione, una delle migliori cucine al mondo la nostra no? E poi il mare, il sole, la storia e molte altre belle cose sicuramente. No, no, la mafia ormai non esiste quasi più, tra poco esauriranno la lista dei superlatitanti e non ci sarà da preoccuparsi Italietta mia. Ancora con le stragi del '92? Sono questioni vecchie, bisogna guardare avanti. Su, lasciati accarezzare Italia e non ricominciare a singhiozzare per Pompei, sta crollando solo per le piogge intense, e in ogni caso sono sempre rovine, mica si mangiano. Adesso devo andare, ti lascio solo un attimo e torno immediatamente a consolarti, hanno chiamato il mio nome sai, devo votare per la mozione di sfiducia al ministro dei beni culturali Sandro Bondi. Vado. "Fiducia".

Luca Ciccarese

domenica 28 novembre 2010

Non giochiamo al '68

Non giochiamo al '68, ma diamo una identità nuova alla protesta. Non ripetiamo quei vecchi slogan sbiaditi, né quelle iniziative che avevano un senso e un inizio quarant' anni fa. Forse i sessantottini avevano più fantasia di noi, al tempo. Siamo giovani e intelligenti, perché ispirarsi ai dinosauri della protesta? Questa è un'altra Italia, un altro mondo con priorità e logiche inedite.  Guardiamoci negli occhi, non stiamo combattendo per una società alternativa e diversa come nel ’68, nonostante tutto questa fa ancora comodo e non abbiamo idee. Non abbiamo idee, né entusiasmi e non si parla di pace, di libertà e uguaglianza, qua non si fa la rivoluzione,  abbiamo solo molta angoscia. Il futuro ci tormenta e non c’è spazio per hippies e capelloni, siamo impauriti, disorientati e arrabbiati e per nulla vicini a quell’ideale zen-pacifista e radical.

La rabbia.  Non si direbbe, ma abbiamo molta più rabbia di quarant' anni fa. Rabbia mista al vuoto, nichilismo, niente da perdere.  Siamo più pericolosi. Chi sono? Dipende. Cosa voglio? Un futuro, perdio, l’opportunità di sapere chi sono, chi sarò, chi vorrò essere. Almeno credo. Stiamo lottando per un futuro, non per la società, non per più diritti, né per la pace, niente di tutto questo.  Sarà molto più semplice poi dimenticarci di queste nostre lotte quando magari avremo la nostra casetta con giardino, automobile, garage, moglie e figli. Idealmente non abbiamo investito niente in questa lotta, solo rabbia. Legittima, doverosa e opportuna. Perciò non scimmiottiamo il ’68, di quello probabilmente ricalchiamo soltanto la forma, l’estetica, quasi fossimo un involucro vuoto. Non illudiamoci. Il ’68 è lontano, stiamo lottando per integrarci in un sistema, non per uscirne, per un lavoro fisso, non per un welfare di ispirazione socialdemocratica, per migliorare, non per cambiare radicalmente. Può essere un demerito questo? Per chi guarda romanticamente all’ideale sessantottino probabilmente sì, tanto che la tentazione di ricalcarlo è ancora forte e quasi inconscia. Il substrato maoista di ingenua speranza che permeava il ’68 si è frantumato, ogni alternativa ideale al capitalismo si è sgretolata, non è solo colpa nostra se non abbiamo fantasia, ma possiamo  ancora averne, possiamo non arrenderci.

Non snobbiamo le nuove tecnologie e i nuovi canali comunicativi, ma utilizziamoli a nostro vantaggio, non radichiamo i nostri slogan sulle rovine del marxismo e non vestiamoci ad hoc proprio come quarant’anni fa per andare a protestare in piazza, non ha senso. Non comportiamoci da reazionari della protesta. Vestiamola di un abito nuovo, sgargiante e tecnologico, comunicativo e intelligente, inedito e colorato, dandole un senso interno prima di tutto. Appropriamoci del nostro presente fatto di comunicazione istantanea, interazione transcontinentale, social network, di interdipendenza globale e utilizziamolo per il nostro futuro. Non solo rabbia mista a nichilismo con abiti e slogan di quarant' anni fa, guardiamoci negli occhi per capire chi siamo, e diamoci un senso o almeno una direzione.  Strategie nuove, oltre e in più di sole piazze e occupazioni: il mondo è cambiato, interpretarlo è il primo passo per criticarlo e magari trasformarlo. In caso contrario ognuno continui a lottare per il suo ’68 dimenticato, ed altri solo per la propria isola felice, ma quello che resterà, in fondo alla protesta, sarà soltanto rabbia e vacuità, uno sfogo violento e isterico di ragazzi senza idee. Nient’altro che involucri. Vuoti.

Luca Ciccarese