In queste ore di rovente concitazione politica e di profonda incertezza dei mercati, il mite e saggio Angelino Alfano, delfino del Cavaliere, interviene dalla sua pagina Facebook. I sedicimila fan della pagina pendono dalle sue labbra, chissà cosa dirà il successore del Premier? Parlerà delle possibili dimissioni di B.? Della crisi economica? Beh, ascoltiamolo, sarà certamente qualcosa di importante, vista la situazione. E infatti:
Tutti pronti a suggerire?
lunedì 7 novembre 2011
Carpe diem, Angelino
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sabato 12 marzo 2011
Il disastro e la memoria
Quello che sta accadendo in Giappone è impressionante. E' notizia di queste ultime ore il danneggiamento di tre reattori nella centrale nucleare di Fukushima e di una esplosione con conseguente aumento del livello di radiottività fino a mille volte il normale. Già da qualche ora il governo aveva decretato lo stato di emergenza nucleare e, nonostante qualche ottimistica speranza, quello che non doveva succedere è successo. Il nucleo non si è raffreddato in tempo. Al di là di ciò che potrà accadere, al di là del dolore per le popolazioni colpite ci chiediamo: in quanto tempo ci raffredderemo noi? In quanto tempo ci dimenticheremo? Una catastrofe naturale con conseguenze a lungo termine da un lato, memorie a breve termine dall'altro. Che lezione potrà trarne un popolo immemore? Un popolo che costruisce con la sabbia, in barba a norme antisismiche. Un popolo diviso tra vittime e mandanti dell'immoralità del profitto. Un popolo immemore di polverosi referendum sul nucleare, che riporta in auge il dibattito per mutarne gli esiti. Probabilmente ci dimenticheremo anche di questo, lasciandoci abbindolare dalla favola del nucleare sicuro da subdoli giocatori di scacchi, ignorando che la maggior parte dei frequenti incidenti alle centrali vengono regolarmente taciuti nei paesi occidentali. Più difficile è tacere ciò che sta accadendo adesso in Giappone, così come lo è far finta di non vedere. Il terremoto de L'Aquila provocò 309 morti accertati, pur essendo migliaia di volte inferiore in potenza all' earthquake giapponese. 20.000 volte per la precisione. Avremmo dovuto moltiplicare queste due cifre per avere un'idea di cosa sarebbe potuto accadere in Italia? Abitazioni completamente sgretolate, giovani e anziani abbracciati sotto le macerie, sono ricordi già lontani da noi, così come lo saranno queste immagini apocalittiche quando ci appresteremo a costruire le "centrali nucleari sicure" o quando ci dimenticheremo che nel risparmio economico tra l'uso di sabbia o di cemento c'è il prezzo di una vita. Non risarcibile.
L'imperativo italiano è "andiamo avanti". Avanti, nonostante il dirupo dell' incoscienza, nonostante le energie rinnovabili. Avanti, nonostante vite spezzate all'improvviso in una notte aquilana. Avanti. Per poi soffermarci, impotenti di fronte a urla disperate, arrestarci di nuovo innanzi all'inevitabile, ascoltare il lamento e lo strazio dei propri errori. E poi seppellirli, insieme alla coscienza; tornando a dimenticare. Andiamo avanti.
Luca Ciccarese
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giovedì 27 gennaio 2011
Italia amorale
C’è poco da stare allegri in Italia ed è possibile che il nostro burattinaio sessuomane non faccia che seguire una traccia che è sempre stata presente nel bel Paese: la pressoché totale assenza di senso civico. E’ finito il tempo di grandi contenitori ideologici (ormai obsoleti), dove il cittadino, aderendo ai "comandamenti" del partito, non faceva altro che seguirne i dettami. Poteva esser letta come partecipazione, laddove era solo un “obbedisco” che garantiva un ordine. Un ordine mai realmente sfruttato per formare i cittadini sull’importanza di uno Stato vicino al benessere collettivo. Mai realmente sfruttato per far nascere un senso di Nazione cui si è grati di esser parte, da rispettare e conservare; così come ognuno di noi rispetta e cura la propria famiglia. Al contrario è sempre stata mantenuta quella cultura egoistica tutta italiana, dove la forma più avanzata di altruismo è diventata il clientelarismo.Una volta i governi agivano in modo pragmatico perché il paese crescesse al suo interno, e in effetti molto è stato fatto, sia a livello economico, che giuridico, così come molto è stato fatto per renderlo una potenza nelle dinamiche internazionali; e qualche bricconata, tra potere e denaro, del politico nel suo agire per lo Stato, rimaneva un costo accettabile della macchina pubblica. Il vero problema non era quanto i politici si mettessero nel portafoglio, o quali vizi avessero, bensì perché, accanto a grandi riforme, nulla venisse fatto per far crescere e germogliare nel corpus sociale una morale civile. Proprio a partire da questa carenza è iniziata la caduta.
La vecchia classe dirigente politica, che nonostante i suoi limiti agiva per lo Stato, nel tempo è stata sostituita. Il ricambio è avvenuto con soggetti che si sono formati all’interno della cultura non cooperativa, sfruttata per ottenere facili consensi. E’ quindi diventata inevitabile l’azione politica degli ultimi decenni: da un lato l’interesse per il prestigio dell’Italia all’estero è diventato un hobby nell’agenda di governo, dall’altro si sono ridotte le iniziative per ogni altro importante progetto di sviluppo interno. Ad essere aumentata è solo la spinta dei politici a perseguire il proprio tornaconto più spicciolo, godendo dei privilegi (leciti e non) che una tale funzione gli ha permesso. Berlusconi è solo la massima espressione di questo processo, sbocciato da una società incapace di sentirsi un unico gruppo che non alza lo sguardo oltre il proprio orticello.
L’Italia si merita i governanti che ha, nati dal suo grembo. L’attuale classe politica, maggioranza e “opposizioni”, per quanto vista spesso come conflittuale e polarizzata, non può che cercare di mantenere lo status quo, e per farlo come agisce? Stimolando proprio quei processi che l’hanno resa tale: l’assenza di un senso di Stato di cui tutti partecipino.
Usando le Istituzioni come strumenti di fazione, al di là della loro natura storica di soggetti giuridici (preferibilmente) super partes o non deplorando tutti quei fenomeni di irresponsabilità, uno su tutti l’evasione fiscale, oggi trofei e simboli d’astuzia, i governanti non solo cementano le proprie cariche, ma atrofizzano la morale civile, rendendo ancora più facile perseguire i propri scopi.
L’unica vera novità che spinge ulteriormente nell’abisso il sistema è la cultura detta berlusconiana, tutta paillettes e “spazzatura mediatica”, che Lui avrà usato per primo, ma della quale tutti hanno beneficiato, in fondo. Buona parte dei quotidiani e delle trasmissioni televisive di informazione politica si sono ridotte ad un continuo quanto vacuo j’accuse, fondato non tanto su programmi elettorali o scelte di governo, né sulla inerzia delle opposizioni, bensì sul puro gossip morboso dell’ On. Tizio pescato a transessuali o dell’ On. Caio organizzatore di festini. Fatti deplorevoli e da rendere pubblici ovviamente, ma che mostrano al cittadino solo il rispettivo grado di “sporcizia” dei propri politicanti evidentemente; non favorendo certo lo sviluppo di una coscienza sui bisogni del paese e su quelli del cittadino.
Si è saputo di una giovane militante del PdL che ha chiesto di far luce sulle responsabilità della Minetti. Tralasciando l’interesse mediatico che può avere la giovane per ottenere notorietà, è importante cogliere un fattore: forse c’è una speranza. La speranza si trova nelle nuove generazioni. Forse queste, avendo potuto osservare lo spettacolo dei “vecchi”, e cogliendo i frutti amari del loro “lavoro”, per assurdo potrebbero capire gli errori e dal cattivo esempio trarre gli insegnamenti per cambiare; in meglio. Il vantaggio dei giovani è che possono superare, complici la tecnologia e le possibilità di ricevere un’istruzione più completa che nel passato, quei muri di disinformazione e diseducazione che vengono innalzati quotidianamente. Tuttavia parte del problema potrà essere risolto solo con il fondare o ritrovare una morale civile edificata sulla collaborazione, sulla legalità e sul rispetto delle Istituzioni, che tutti devono accettare, indipendentemente dalle preferenze ideologiche, economiche e sociali: preferenze legate da sempre alle scelte e alle storie del singolo; ma la collettività è più della somma dei singoli.
Andrea Tommei
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mercoledì 19 gennaio 2011
La favola di Berlusconi
La storia infinita. Ci risiamo: Berlusconi VS magistratura. Uno scontro snervante anche per chi, ormai, non ne è che uno spettatore decennale, uno dei tanti. In questi ultimi anni le inchieste che hanno visto protagonista il Presidente del Consiglio sono state numerose e disparate, da Mediaset a Mediatrade, dalla corruzione Mills al Rubygate, da Ciancimino a Spatuzza. Tra presunte leggi ad personam e rinvii semestrali dei processi in attesa dei giudizi della Corte costituzionale, la lunga coda di vicende giudiziare di B. si è trascinata silenziosamente. Un'ombra lunga e nera. Parlamentari e cittadini dell'opposizione hanno invocato le dimissioni, sentendo lesa l'immagine del Paese. Paese ormai eclissato da quell'ombra scura, tanto che il nome futuro del Pdl - sembra - dovrà essere proprio "Italia", ironia della sorte. Berlusconi, dalla discesa in campo, non ha fatto che raccontare una lunga, quanto ripetitiva, favola. Non parlo di promesse elettorali, ma di quelle peculiari dinamiche comunicative che hanno caratterizzato e contraddistinto il berlusconismo politico. Cos'è una favola? Non è forse una lettura stilizzata e semplicistica del mondo? Una suddivisione netta e stabile tra buoni e cattivi, tra bene e male, tra lupo e cappuccetto rosso. Dopo diciassette anni di B. sembra quasi ovvia e scontata una visione di questo genere agli occhi della cittadinanza, tanto che buona parte dell'opposizione ne ha notevolmente risentito, fondando nell'antiberlusconismo la ricetta della propria esistenza e delle proprie alleanze. Anche l'opposizione è stata sconfitta dal know-how berlusconiano, trovandosi inglobata nelle sue stesse logiche, trovandosi a combattere con le sue stesse armi. Marchiata a fuoco dal segno di un'epoca che non le appartiene più. La lettura del mondo di cui è portatore B. è tanto univoca, quanto infantile e semplicistica: la sinistra, i comunisti, i post-comunisti o qualsiasi altro tipo di opposizione costantemente all'origine di ogni male, dall'altro lato il bene che non indietreggia, mai. Una vera e propra visione del mondo, una visione così totale e completa da sconfinare e dispiegarsi nel potere mediatico, nei modelli "vincenti" della società civile e nello scontro col potere giudiziario. Così totale da affermarsi come cultura berlusconiana. Quella magistratura che indaghi su esponenti del partito del salvatore, diventa magistratura politicizzata, "braccio armato" della sinistra. Una minestra riscaldata che va avanti dal '94. Nelle campagne elettorali di B. ricordiamo lucidamente grandi e prepotenti manifesti elettorali: "la sinistra ha messo in ginocchio il Paese. Rialzati Italia". Un po' come il Cristo che scende tra gli uomini, sconfigge la morte e sancisce la resurrezione con espressioni mitiche quali: "Lazzaro, alzati e cammina". Naturalmente il ruolo della morte lo fa la sinistra, duemila anni dopo. Siamo sicuri che la nostra epoca sia allora così laica, logica e razionale come crediamo? O forse il mito e la superstizione si celano costantemente dentro insospettabili involucri? L'ultima visione mitologica veicolata dalla politica fu, d'altronde, quella proposta da Adolf Hitler. Inginocchiare i ricchi ebrei, per risollevare una Germania in piena crisi economica. L'individuazione simbolica dell'ebreo come male era un punto di riferimento: tutto il male identificato con il mondo dell'ebreo. Anche la conseguente sensazione di sicurezza derivante dalla lettura dicotomica di un noi positivo idealmente condiviso e riconosciuto, che si contrappone a un loro ostile e avverso, giocava un ruolo primario in una Germania in piena crisi identitaria. Non fu mitologia questa? Non fu il riscatto dell'irrazionalità del potere? Eppure ancora oggi la "pancia" surclassa la mente, tanto che Voltaire rabbrividirebbe: "Signora, cosa ne pensa degli ultimi scandali del Presidente?" - "Guardi, che le devo dire su queste cose, a me sta simpatico".
B. propone una visione del mondo duale, rassicurante e sorridente, B. sa quali sono i problemi e chi ne è la causa. La favola di B. è quella delle toghe rosse, del giornalismo "fazioso", del finiano traditore venduto al nemico, degli studenti rossi e fannulloni, del complotto internazionale delle sinistre, dell'amore che vince sempre contro l'odio. La favola di B. non risparmia nemmeno Napolitano, definito mesi fa come uomo "storicamente di sinistra". La favola di B. racconta anche la Costituzione italiana, a modo suo: una serie di fogli di carta e inchiostro dotati di vita propria e di ideali politici, non ci crederete, di sinistra. La narrazione mitologica di B. è destinata a continuare, specie in questo periodo di polarizzazione dello scontro. Non sembriamo avvertirla più questa narrazione, quasi assuefatti e ammaliati dalle parole di un cantastorie sempre sorridente. Eppure l'Italia conobbe anche il compromesso storico di Berlinguer e il bene comune, conobbe Pertini e il senso dello Stato. Oggi se ne dimentica e si accontenta; e allora, trascinata in un vortice di polarizzazioni, si abbiglia di bianco e di nero, al di là di ogni possibile sfumatura. Si rassicura entro una antica, dualista lettura del mondo: buoni e cattivi.
L'opposizione si ritrova trascinata nella narrazione. Risente del successo avversario e si abbassa al suo livello per combatterlo, tanto che l'antiberlusconismo diventa cemento ultimo e unico di vaste coalizioni, e infine mito, anch'esso; ma la favola è già scritta e la racconta ormai da diciassette anni il nostro B. cantastorie, che, d'altronde, ha già deciso il finale: l'amore vince sempre sull'odio, cappuccetto rosso sul lupo. L'opposizione non può vincere se sta al suo gioco, confinata in una favola, poichè - a scapito del nome - la parte di cappuccetto rosso è già stata assegnata. Dal 1994.
B. propone una visione del mondo duale, rassicurante e sorridente, B. sa quali sono i problemi e chi ne è la causa. La favola di B. è quella delle toghe rosse, del giornalismo "fazioso", del finiano traditore venduto al nemico, degli studenti rossi e fannulloni, del complotto internazionale delle sinistre, dell'amore che vince sempre contro l'odio. La favola di B. non risparmia nemmeno Napolitano, definito mesi fa come uomo "storicamente di sinistra". La favola di B. racconta anche la Costituzione italiana, a modo suo: una serie di fogli di carta e inchiostro dotati di vita propria e di ideali politici, non ci crederete, di sinistra. La narrazione mitologica di B. è destinata a continuare, specie in questo periodo di polarizzazione dello scontro. Non sembriamo avvertirla più questa narrazione, quasi assuefatti e ammaliati dalle parole di un cantastorie sempre sorridente. Eppure l'Italia conobbe anche il compromesso storico di Berlinguer e il bene comune, conobbe Pertini e il senso dello Stato. Oggi se ne dimentica e si accontenta; e allora, trascinata in un vortice di polarizzazioni, si abbiglia di bianco e di nero, al di là di ogni possibile sfumatura. Si rassicura entro una antica, dualista lettura del mondo: buoni e cattivi.
L'opposizione si ritrova trascinata nella narrazione. Risente del successo avversario e si abbassa al suo livello per combatterlo, tanto che l'antiberlusconismo diventa cemento ultimo e unico di vaste coalizioni, e infine mito, anch'esso; ma la favola è già scritta e la racconta ormai da diciassette anni il nostro B. cantastorie, che, d'altronde, ha già deciso il finale: l'amore vince sempre sull'odio, cappuccetto rosso sul lupo. L'opposizione non può vincere se sta al suo gioco, confinata in una favola, poichè - a scapito del nome - la parte di cappuccetto rosso è già stata assegnata. Dal 1994.
Luca Ciccarese
sabato 8 gennaio 2011
Se il dollaro muore: default e amero
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| Debito pubblico Usa |
Tim Geithner, attuale segretario al Tesoro Usa, ha pronunciato oggi, e in veste ufficiale, un termine bruciante, appuntito, scomodo, inaspettato. Default. Certo, di parole se ne dicono, ma è pur vero che già da tempo una larga fetta di economisti da dietro la scrivania metteva in guardia il popolo americano; e quello europeo, di riflesso. E in guardia da cosa? Dal crac definitivo, dalla crisi monetaria vera e propria, il crollo del dollaro americano, l'iperinflazione. Il default della superpotenza americana. Geithner ha confermato i grafici degli economisti del malaugurio con una semplice parola, default. Gli Usa stanno per abbattere la soglia dei 14,3 miliardi di debito pubblico, equivalente al 99,3% del Prodotto Interno Lordo americano. Debito pubblico che dal 2008 sta aumentando vertiginosamente. Per il segretario Geithner diventa oggi assolutamente necessario approvare una legge per alzare il tetto massimo del debito federale, autorizzando il Tesoro a emettere più titoli, per finanziarsi. In caso contrario dice Geithner "il danno sarebbe catastrofico, la solidità dei buoni del Tesoro sarebbe a rischio, così come il ruolo del dollaro come moneta di pagamenti internazionale". In caso contrario default. La soluzione allora c'è, si dirà. Nonostante essa sia comunque un palliativo, il rischio che la strada mostrata da Geithner non venga intrapresa permane. Permane da dopo la sconfitta del novembre 2010, nella quale la maggioranza democratica di Barack Obama si è notevolmente ridimensionata a favore di una maggior presenza del partito repubblicano nella Camera dei deputati. Tra i repubblicani serpeggiano tendenze autodistruttive e irrazionali che un economista come Bruce Bartlett tratteggia in poche frasi: "Molti integralisti della destra s’illudono che basti non alzare il tetto legale del debito, e d’incanto lo Stato sarà costretto a ridmensionarsi. Da quando questi fanatici sono entrati al Congresso la prospettiva di un default degli Stati Uniti, per quanto resti improbabile, non è più impossibile". Un crac piuttosto che il Welfare obamiano, un default piuttosto che lo statalismo. Si giunge ad invocare un vero e proprio 1929 che serva da lezione al "socialista" Obama, l'Apocalisse, la catarsi purificatrice che frantuma lo Stato e il suo ruolo pubblico. E mentre Geithner parla di default, tra i repubblicani neoliberisti si alzano voci opposte: “E’ ora che impariamo ad amare l’idea di una bancarotta sovrana degli Stati Uniti." Per il neoliberismo l'intervento statale in economia è solo un peso, tanto vale buttare via il bambino con l'acqua sporca, tanto vale straziare lo Stato. Intanto il debito americano è oggi detenuto in buona parte dalla Cina, che si pone così anch'essa a rischio innanzi alla possibilità di insolvenza e di crac del popolo statunitense. Cina che attualmente sembra intenzionata anche ad acquistare il debito pubblico di paesi come la Spagna, salvandoli certo, ma attendendo il logico tornaconto.Il debito statunitense è mostruoso ed è stato possibile evitare un crollo negli anni grazie al signoraggio del Tesoro usa su scala mondiale, dato il ruolo di primo piano del dollaro nei mercati internazionali. Washington ha infatti ancora il privilegio imperiale del signoraggio, il privilegio di stampare una moneta che il resto del mondo accetta, seppur a malincuore. Se l'euro, lo yen o qualsiasi altra unità monetaria avessero sostituito il dollaro negli scambi internazionali il crac sarebbe già avvenuto da tempo. Probabilmente allora default o fine del dollaro sono storicamente inevitabili, ma quali saranno gli scenari possibili? Chi potrà ricavarne profitto, chi ne pagherà le conseguenze?
Dal 2006 si era iniziato a parlare dell' amero, valuta figlia del dollaro. Non si trattava di fantapolitica o esopolitica, già un anno dopo furono stampati negli Usa 800 miliardi di amero e inviati in Cina. Nell'ombra. Il debito obbligazionario statunitense nei confronti dell'impero cinese era di ben 2,5 trilioni di dollari; meglio portarsi avanti col pagamento. In quegli anni l'amministrazione Usa era repubblicana, G. W. Bush progettava un'unione nordamericana simile alla Ue che unisse Canada, Usa, Messico (NAFTA) con una nuova valuta post-dollaro, l'amero. Il predecessore al Tesoro di Geithner, il repubblicano Henry Paulson, intanto continuava a tenere la carica cercando di obbligare il popolo americano a darsi l’ ultimo colpo verso il suicidio portando gli Stati Uniti alla bancarotta totale non lasciando agli americani altra possibilità se non quella di scaricare completamente un dollaro USA ormai praticamente privo di valore, per rimpiazzarlo con l’amero.
Dove voglio arrivare? Questo accadeva nel 2008. Oggi la volontà di governo è diversa, Geithner -democratico- spinge per evitare la bancarotta e il caos economico e sociale del Paese, ma la maggioranza democratica alla Camera si è sfaldata da novembre. Cosa dobbiamo aspettarci? Se la legge invocata da Geithner venisse bocciata dai repubblicani non ci sarebbe scampo. Crollo. Un crollo di cui risentirebbe anche l'Ue. E come avverrà? Le fasi potranno essere diverse.
Il governo americano decreterà il suo default finanziario, il ministero del tesoro Usa dichiarerà una "causa di forza maggiore": questo comporterà un disconoscimento del gigantesco debito pubblico in dollari Usa. A quel punto il dollaro non varrà più nulla, tutti cercheranno di liberarsene e dunque sarà demonetizzato dal ministero del Tesoro americano, non sarà più una moneta. Chiunque abbia beni, crediti o debiti in dollari si ritroverà assolutamente spogliato di tutto.Carta straccia. Solo allora potrà ricomparire, come un fiume carsico e opaco, l'amero. In una situazione di disperazione socio-economica i grandi banchieri mondiali potranno offrire di convertire il dollaro in amero ad un cambio sfavorevole ai cittadini. Ad esempio US$ 1,00 per amero 0,10 (90% svalutazione del dollaro). Da un lato avremo una truffa senza precedenti in una situazione socio-politica da guerra civile e in cui probabilmente vigerà la legge marziale. Dall'altro lato l'enorme debito obbligazionario verso la Cina sarebbe pagato giusto da quegli 800 miliardi di amero inviati già nel 2007, basterà solo aspettare che l'amero risorga sulle ceneri del dollaro. Se la Cina premerà per il pagamento totale in triliardi di dollari, potrà accontentarsi solo di carta straccia ormai, prendere o lasciare. Reset, il banco vince.
Luca Ciccarese
lunedì 20 dicembre 2010
Il Big Brother siamo noi
L'incipit è una riflessione del Presidente Giorgio Napolitano: "C'è da colmare un distacco ormai allarmante tra la politica, le istituzioni e le forze culturali e sociali in un paese che pure continua a dare tante prove di senso di responsabilità, di dinamismo, di coesione e di solidarietà". Colmare un distacco ormai acido.Un gap evidente tra politica e società. Le parole di Napolitano sono meno banali e formali di quanto si possa presumere e colgono il lato sostanziale di una crisi che lacera e consuma tanto i palazzi del potere, quanto l'esistenza del singolo. Incomunicabilità, indifferenza e paternalismo. Le tre crepe che dilatano le lunghezze, che ergono mura innanzi allo scontento. Mura in parte simbolizzate dai blindati della polizia attorno a Montecitorio durante le manifestazioni del quattordici dicembre. Dietro un blindato non si vedeva Montecitorio, dentro al Parlamento non si sentiva Roma. Uno scontento rabbioso e tuttavia ignorato e quietato da mesi con argomentazioni da Stato-padre. Il paternalismo. Lo Stato sa sempre cosa è bene per voi studenti e precari, fidatevi. Il deputato Pdl Maurizio Gasparri incarna bene questo atteggiamento in poche frasi: "Genitori, dite ai vostri figli di stare a casa. Quelle manifestazioni sono frequentate da potenziali assassini. Vanno evitate." Lo Stato-padre consiglia. Consiglia di non invischiarsi con i manifestanti: è un rischio. Per il vostro bene cittadini, un po' come le campagne contro il fumo.
Nell'era del 2.0, del web, dei social network e della comunicazione è ancora possibile una tale incomunicabilità e univocità del potere? E' ancora necessario un potere sordo che grida direttive o consigli? Tutto ciò ha ancora un senso? A quanto pare la questione sembra non limitarsi alla sola Italietta. Guardiamo a Wikileaks. Al di là dei cables e dei contenuti più o meno scottanti, ciò che rimarrà inciso a lungo nel taccuino della storia sarà il radicale mutamento paradigmatico che la vicenda ha portato con se. Pensate al potere orwelliano, quello rigido, freddo, scorbutico, intransigente e unidirezionale. Un potere volto verso il basso. Che plasma, modella oppure cancella. Guardate ora al nuovo potere che possiamo esperire e cominciare a respirare nel post-Wikileaks: è l'anno zero di un nuovo paradigma.
Il controllo dopo Julian Assange non è più a senso unico, il controllo diventa circolare. Lo Stato osserva ancora il cittadino? Certamente e necessariamente: da Echelon ai body scanner, dalle dichiarazioni dei redditi alle impronte digitali, ma ogni cittadino può oggi, qualora lo voglia e ne abbia capacità, controllare uno stato, osservarlo, leggerlo tra le righe di un cable, verificarne la direzione. Dal basso. Al di là dei felici proclami a utopie di democrazia diretta che possono derivare da queste poche righe, quello che rimane è la nuova spiazzante vulnerabilità degli stati post-moderni. Wikileaks ha posto la prima pietra, sorgono adesso siti come Openleaks, Brusselsleaks e molti altri, iniziative simili frutto di una società dimenticata, ma ancora speranzosa dietro ai blindati del potere politico. Lo Stato è debole se una società vigile vuole che lo sia. Oggi solo gli hackers, domani chissà. L'occhio del Big Brother non è più uno soltanto.
Nell'era del 2.0, del web, dei social network e della comunicazione è ancora possibile una tale incomunicabilità e univocità del potere? E' ancora necessario un potere sordo che grida direttive o consigli? Tutto ciò ha ancora un senso? A quanto pare la questione sembra non limitarsi alla sola Italietta. Guardiamo a Wikileaks. Al di là dei cables e dei contenuti più o meno scottanti, ciò che rimarrà inciso a lungo nel taccuino della storia sarà il radicale mutamento paradigmatico che la vicenda ha portato con se. Pensate al potere orwelliano, quello rigido, freddo, scorbutico, intransigente e unidirezionale. Un potere volto verso il basso. Che plasma, modella oppure cancella. Guardate ora al nuovo potere che possiamo esperire e cominciare a respirare nel post-Wikileaks: è l'anno zero di un nuovo paradigma.
Il controllo dopo Julian Assange non è più a senso unico, il controllo diventa circolare. Lo Stato osserva ancora il cittadino? Certamente e necessariamente: da Echelon ai body scanner, dalle dichiarazioni dei redditi alle impronte digitali, ma ogni cittadino può oggi, qualora lo voglia e ne abbia capacità, controllare uno stato, osservarlo, leggerlo tra le righe di un cable, verificarne la direzione. Dal basso. Al di là dei felici proclami a utopie di democrazia diretta che possono derivare da queste poche righe, quello che rimane è la nuova spiazzante vulnerabilità degli stati post-moderni. Wikileaks ha posto la prima pietra, sorgono adesso siti come Openleaks, Brusselsleaks e molti altri, iniziative simili frutto di una società dimenticata, ma ancora speranzosa dietro ai blindati del potere politico. Lo Stato è debole se una società vigile vuole che lo sia. Oggi solo gli hackers, domani chissà. L'occhio del Big Brother non è più uno soltanto.
Luca Ciccarese
mercoledì 15 dicembre 2010
Non piangere Italietta
The day after tomorrow, l'alba del giorno dopo. Mesi di attriti, scissioni, litigi e mediazioni. Quattordici dicembre, il Parlamento respinge la mozione di sfiducia. Il governo resiste, galleggia. Buongiorno Italia, hai quasi centocinquanta anni e come stai Italia? Trecentotredici contro trecentoundici, due astenuti, sei salva, o no? Magari ripensi agli insulti? Ai cori da stadio in Parlamento, al rumore ovattato delle esplosioni e delle sirene fuori dal Parlamento, al dito medio di Gasparri, al "Va' pensiero" intonato dalla Lega, alle risse tra deputati. Buongiorno Italia. Sembra tu sia preoccupata, non starai pensando che ti abbiano venduta o stuprata, per trenta denari magari. Ti ho sentita piangere ieri pomeriggio Italia, fuori dal Parlamento. Sentivo le tue urla tra le fiamme. Lacerata, dimenticata, straziata. Hai finalmente pianto Italia, sono sgorgate lacrime di rabbia per le vie di Roma, credevo non potesse più accadere. Alla tv dicono che tutto va bene, ma ho sentito le tue urla. Dicono che sono pazzo. Non te la prendere con i deputati Italia, dal Parlamento non riescono a sentirti, e non arriva nemmeno la puzza dei rifiuti. Eppure parlano sempre di te sai? In continuazione. No, che dici, non parlano di se. Lo so, lo so che certi deputati non sono sembrati così 'limpidi' ieri, ma l'hanno fatto per il tuo bene sai, me l'hanno detto. Pensa un governo tecnico dove ti avrebbe portata, pensa che tragedia per la sovranità popolare. E poi anche se Antonio Razzi, Gianpiero Catone, Massimo Calearo, Bruno Cesario, Maria Grazia Siliquini e Catia Polidori ti avessero - come dicono - venduta per trenta denari, beh trenta per sei fa centottanta, non è vero che vali poco, in ogni caso. Almeno sei volte Gesù Cristo, pensa. Sì Italia, so bene che non sei una cima a matematica, ma magari su altri argomenti sarai più preparata, dici di no, perchè? I tagli all'istruzione? E dai, quanti problemi che ti fai Italietta, a centocinquant'anni cosa vuoi stare ancora lì ad istruirti. Il mondo è molto più bello e sicuro dagli occhi di uno sciocco, la cultura genera il dubbio e in più, come dice Tremonti, mica si mangia! Certo qui da te il problema non è certo il cibo, qui ti do ragione, una delle migliori cucine al mondo la nostra no? E poi il mare, il sole, la storia e molte altre belle cose sicuramente. No, no, la mafia ormai non esiste quasi più, tra poco esauriranno la lista dei superlatitanti e non ci sarà da preoccuparsi Italietta mia. Ancora con le stragi del '92? Sono questioni vecchie, bisogna guardare avanti. Su, lasciati accarezzare Italia e non ricominciare a singhiozzare per Pompei, sta crollando solo per le piogge intense, e in ogni caso sono sempre rovine, mica si mangiano. Adesso devo andare, ti lascio solo un attimo e torno immediatamente a consolarti, hanno chiamato il mio nome sai, devo votare per la mozione di sfiducia al ministro dei beni culturali Sandro Bondi. Vado. "Fiducia".
Luca Ciccarese
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mercoledì 8 dicembre 2010
L'essenza di Twitter
Non parlerò di altre reti sociali e non farò confronti (o quasi), anche perché non servono. Consiglio semplicemente a tutti di provare a cinguettare per credere in quel che dico. Non sarà una guida pratica all'utilizzo ma l'interpretazione che io do a questa rete, per svelare un'idea e non un meccanismo.
La domanda tipica è:"Ma Twitter com'è? E' tipo Facebook?" In senso tecnico effettivamente è un social network come il ben più diffuso FB ma la filosofia che ci sta dietro è del tutto diversa.
Probabilmente i fondatori dell'uccellino volevano solo creare una versione "semplificata" della rete blu in cui ci si scambiassero solo messaggini di breve lunghezza. Però, come si suol dire, hanno creato un mostro (di bravura, of course).
La vera forza di Twitter, che poi è anche quella di internet è proprio la gente che lo frequenta. Gli argomenti che vi si trattanto. La massiccia dose di democrazia intellettuale e libertà di pensiero che lo riempie.
L'utente di twitter crea un proprio profilo in cui inserisce informazioni NON personali (cioè scrive informazioni di pubblico dominio) e al massimo un'immagine, non necessariamente una propria foto.
Nella descrizione può inserire i propri interessi, le proprie passioni in modo del tutto libero, senza schemi preimpostati. Tutto questo contribuisce a creare quel velo di "sicurezza" che si sta ormai perdendo online e che a mio parere faceva tanto bene agli albori di internet.
Dopo aver creato una propria pagina si comincia con il seguire alcuni utenti dei quali si desidera ascoltare il pensiero o conoscere i fatti più recenti. Molte ONG inviano costantemente aggiornamenti sulle proprie attività e molti personaggi pubblici diffondono informazioni utili per tutti. Diciamo che partire da questi è un buon inizio per farsi un'idea, per abituarsi gradualmente al più innovativo concetto di comunicazione che ci sia attualmente.
A questo punto, se si comincia a leggere qualcosa di interessante arriva prima o poi la necessità di conoscere il parere di altri "comuni mortali" e quindi è il momento di seguire persone comuni, con la loro vita di tutti i giorni, i loro pensieri, le loro idee. Ecco che scatta anche il meccanismo del retweet.
Mettiamo infatti che leggiate il messaggio di Bob e lo troviate particolarmente importante. Potete girarlo a tutti quelli che seguono voi che, qualora non fossero followers di Bob, non avrebbero la possibilità di leggere tanta perla di saggezza.
Una volta girato a tutti il messaggio chi lo legge magari si accorge che Bob è una bella testa (come si dice dalle mie parti) e quindi è il caso di seguire quel che dice. E' una reazione a catena degna del miglior impianto nucleare al mondo.
Alla "terza fase" l'utente può dare il proprio contributo alla comunità scrivendo di sé, di quello che conosce, di quello che ha sentito dire, di quello che sta facendo, di come sia la sua vita.
Questo che apparentemente può sembrare il momento più "gossip" è in realtà l'attimo in cui si comincia a comprendere la realtà democratica di questo sistema, in cui tutti dicono qualcosa e tutti possono scegliere cosa ascoltare, anche in modo asimmetrico se necessario (tu segui me, ma io non seguo te o viceversa). Ognuno contribuisce e può portare davvero del materiale importante. Cercate su Google quello che è stato fatto grazie a Twitter, tra cui la velocità con la quale vennero fuori eventi importanti come la rivoluzione studentesca in Iran, e la famosa morte di Neda (RIP eroe della libertà) molto prima che i notiziari diffondessero l'informazione. Twitter scavalca la censura perché è fatto dalla gente semplice che ha solo da guadagnare dalla diffusione della verità.
Quando si è più esperti ci si può buttare in ricerche di argomenti particolari visualizzando i tweet di altra gente (anche non followata) in ogni parte del mondo per sapere cosa pensino dell'argomento in Giappone o a Dubai o a New York. Da qui si possono trovare nuovi contatti (purché ne comprendiate la lingua) e ovviamente sviluppare le proprie capacità di comunicazione, allargando anche il proprio intelletto.
Potete immaginare dunque il potenziale di una rete così strutturata in cui le informazioni girano alla velocità della luce e in cui i link rimandano a fonti ESTERNE alla rete Twitter stessa. Fonti documentabili e così immediatamente fruibili. Senza intasamento di link inutili sulla timeline (ogni riferimento ad enti esterni è puramente casuale). La potenza di una rete che, fatta di gente, migliora la gente e non la chiude in una scatola dalla quale non si vede l'esterno.
Forse se siete novellini non avrete capito alcuni termini, ma ripeto: questa non è una guida all'uso di Twitter ma all'interpretazione dello stesso, che è stata DECISA dalle persone (a proposito, il meccanismo del retweet è un'invenzione degli utenti, che è stato implementato ufficialmente nel sistema successivamente alla creazione dello stesso). La vera forza di Twitter, è chi ci va.
Buona pausa a tutti.
Daniele Faugiana
Fonte: L'angolo della pausa
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lunedì 6 dicembre 2010
Non si può uccidere internet
E' patetico tutto quel che si sta facendo per arrestare Assange; si è giunti fino all'accusa di stupro, secondo molti infondata, poiché nei paesi in cui risiede WikiLeaks non è possibile arrestarlo per motivi di censura.
Tutto questo sforzo da parte delle organizzazioni e delle istituzioni per fermare questa avanzata è completamente inutile. Esattamente come l'open source, anche l'informazione libera non si può fermare: la loro essenza è composta di ideali, di immaginazione, di innovazione. Non ha senso cercare di fermare ciò che non è materiale. Anche tagliando le gambe a WikiLeaks ormai la parete è sfondata, ci sarà qualcun'altro a fare il loro lavoro. Non dobbiamo aver paura delle minacce dei governi.
Internet può fermarsi solo con la violenza e la coercizione. Ma se mai un paese dovesse azzardarsi a toglierci anche questa libertà allora non ci saranno scelte: dovremo riprenderci quella libertà, come dovrebbero fare cinesi e mediorientali, di quei paesi in cui si applica una ferrea censura online.
Per fortuna, adesso, siamo in tempo di pace e possiamo combattere con strumenti non violenti. Non c'è bisogno di fare la guerra a nessuno. La parola d'ordine è una sola: diffondere. Veloci come la luce, sottili come l'aria, spariamo ogni minima informazione su questa rete e capovolgiamo il mondo!
WikiLeaks ha cambiato dominio di recente dopo aver preso un vero e propio calcio in culo dai proprietari del dominio ospitante (Amazon). Da wikileaks.org è cambiato in wikileaks.ch e in questo momento sul sito sono presenti svariate richieste di aiuto, dalla donazione di fondi (a proposito, anche PayPal ha chiuso le porte in faccia a Julian Assange, dovrete usare altri metodi) al "prestito" di risorse di hosting su server Unix.
Mi raccomando restate sintonizzati sulla lista dei mirrors ufficiale dove sono presenti tutti i possibili accessi al sito. Memorizzatela se possibile, per evitare di perderla in caso di qualche problema! Questo permetterà a WikiLeaks di restare attiva anche in caso di attacchi multipli.
E' ora disponibile una pagina su questo blog dove sono elencati questi mirrors, utile se dovesse diventare irraggiungibile quella ufficiale. Andate qui: WikiLeaks Mirrors
Daniele Faugiana
Fonte: L'angolo della pausa
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lunedì 29 novembre 2010
Nessuno tocchi Wikileaks
Julian Assange è introvabile dal 18 novembre, dopo il mandato d'arresto della magistratura svedese. E' australiano, ma il suo paese di origine oggi si rifiuta di dargli rifugio, e sta pensando piuttosto se avviare procedure penali nei confronti dei responsabili delle divulgazioni Wikileaks. Julian Assange ha detto che teme di morire. Nella società 'civile' americana, c'è già chi da tempo chiede la sua testa. Un blog della destra fascista americana a settembre dava il meglio di sé scrivendo: "Possiamo fare qualcosa di legale per fermare un cittadino non americano che fa filtrare questi documenti [i file segreti sulla guerra in Afghanistan, che ha pubblicato Wikileaks, ndr]? Probabilmente no. Possiamo avere un agente della CIA con un fucile da cecchino che pianta una pallottola vicino alla testa di Julian Assange in occasione della sua prossima apparizione in pubblico, come avvertimento? Ci potete scommettere che possiamo. E dovremmo farlo. Se la cosa vi pare eccessiva, la CIA può ammazzarlo e fare in modo che sembri un incidente. Sia come sia, Assange merita di morire per quello che ha fatto. E dovrebbe essere ammazzato per mandare un messaggio efficace a chi, la prossima volta si azzarda a far uscire documenti di questo tipo" (FONTE). Il db di Wikileaks ha soltanto cominciato a sgocciolare, la massiccia operazione dei cracker ha messo a dura prova il sito da ieri pomeriggio, alcuni files relativi a questioni italiane sono addirittura spariti, Assange assicura che saranno nuovamente pubblicati. Finora niente di eclatante, sembra. Ci vorranno tre mesi di tempo; Wikileaks, data la mole informativa del database, pubblicherà i documenti a blocchi. Mentre non di blocchi, ma di blocco parla il senatore Usa Joe Lieberman che chiede ad Obama l'oscuramento del sito. Nemmeno 300 documenti pubblicati su 251.000 e già sappiamo di infiltrati statunitensi nei governi tedeschi o israeliani, di piani di guerra, dei rapporti Eni-Gazprom, armi nucleari Usa in Olanda e Belgio, un tumore per Khamenei e crack informatici per Google direttamente da Pechino. Il Partito, avrebbe scritto Orwell, trema. Nessuno tocchi il nuovo Goldstein.
Luca Ciccarese
domenica 28 novembre 2010
Non giochiamo al '68
La rabbia. Non si direbbe, ma abbiamo molta più rabbia di quarant' anni fa. Rabbia mista al vuoto, nichilismo, niente da perdere. Siamo più pericolosi. Chi sono? Dipende. Cosa voglio? Un futuro, perdio, l’opportunità di sapere chi sono, chi sarò, chi vorrò essere. Almeno credo. Stiamo lottando per un futuro, non per la società, non per più diritti, né per la pace, niente di tutto questo. Sarà molto più semplice poi dimenticarci di queste nostre lotte quando magari avremo la nostra casetta con giardino, automobile, garage, moglie e figli. Idealmente non abbiamo investito niente in questa lotta, solo rabbia. Legittima, doverosa e opportuna. Perciò non scimmiottiamo il ’68, di quello probabilmente ricalchiamo soltanto la forma, l’estetica, quasi fossimo un involucro vuoto. Non illudiamoci. Il ’68 è lontano, stiamo lottando per integrarci in un sistema, non per uscirne, per un lavoro fisso, non per un welfare di ispirazione socialdemocratica, per migliorare, non per cambiare radicalmente. Può essere un demerito questo? Per chi guarda romanticamente all’ideale sessantottino probabilmente sì, tanto che la tentazione di ricalcarlo è ancora forte e quasi inconscia. Il substrato maoista di ingenua speranza che permeava il ’68 si è frantumato, ogni alternativa ideale al capitalismo si è sgretolata, non è solo colpa nostra se non abbiamo fantasia, ma possiamo ancora averne, possiamo non arrenderci.
Non snobbiamo le nuove tecnologie e i nuovi canali comunicativi, ma utilizziamoli a nostro vantaggio, non radichiamo i nostri slogan sulle rovine del marxismo e non vestiamoci ad hoc proprio come quarant’anni fa per andare a protestare in piazza, non ha senso. Non comportiamoci da reazionari della protesta. Vestiamola di un abito nuovo, sgargiante e tecnologico, comunicativo e intelligente, inedito e colorato, dandole un senso interno prima di tutto. Appropriamoci del nostro presente fatto di comunicazione istantanea, interazione transcontinentale, social network, di interdipendenza globale e utilizziamolo per il nostro futuro. Non solo rabbia mista a nichilismo con abiti e slogan di quarant' anni fa, guardiamoci negli occhi per capire chi siamo, e diamoci un senso o almeno una direzione. Strategie nuove, oltre e in più di sole piazze e occupazioni: il mondo è cambiato, interpretarlo è il primo passo per criticarlo e magari trasformarlo. In caso contrario ognuno continui a lottare per il suo ’68 dimenticato, ed altri solo per la propria isola felice, ma quello che resterà, in fondo alla protesta, sarà soltanto rabbia e vacuità, uno sfogo violento e isterico di ragazzi senza idee. Nient’altro che involucri. Vuoti.
Luca Ciccarese
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sabato 5 giugno 2010
Il paradosso di Moore.. e Saviano
Quattro puntate. Fabio Fazio e Roberto Saviano avrebbero dovuto presentare "Vieni via con me" su Rai Tre: una puntata dedicata al caso Piergiorgio Welby, il malato che ottenne la sospensione dell'alimentazione forzata. Un'altra alla 'ndrangheta. Una alla ricostruzione post- terremoto in Abruzzo. L' ultima alla questione dei rifiuti in Campania.
Considerati i cospicui ascolti di "Che tempo che fa", nessuna occasione più ghiotta per lo share firmato Rai. Eppure i vertici dell'azienda hanno messo in discussione l'ipotesi delle quattro puntate, considerando la possibilità di ridurle a due. Gli argomenti scottanti di cui si vorrebbe fare a meno sono quelli riguardanti la ricostruzione post-terremoto e i rifiuti in Campania. Il primo in particolare riporterebbe in auge la spinosa questione Bertolaso, appalti, Anemone & co.
Così martedì prossimo la questione sarà di puro dominio del consiglio di amministrazione Rai.
Intanto di certo c'è solo la reazione critica e determinata di Fabio Fazio: "Se ci tolgono due puntate non vanno in onda neanche le altre. Il programma non si fa." Il Presidente Rai Paolo Garimberti ha già dichiarato la sua posizione in difesa della libertà di informazione e dell'intero corpo originario di quattro puntate, ma non tutti sembrano pensarla così e soltanto il consiglio di martedì potrà spostare l'ago della bilancia da una o dall'altra parte.
Nel frattempo da "Generazione Italia" di Gianfranco Fini arrivano appelli a Silvio Berlusconi, perchè il Premier si schieri dalla parte di Saviano. Il responsabile della testata online del movimento di Gianfranco Fini afferma "Non lo diciamo per Saviano che ha la capacità e la forza di difendersi da solo. Lo diciamo per noi e per tutti quegli italiani che vorrebbero essere ancora orgogliosi del proprio paese, per tutti quegli italiani che ancora cercano le ragioni profonde di uno stare insieme, di un riconoscersi, di un apprezzarsi. Ecco, Roberto Saviano, quel che questo ragazzo rappresenta, è una delle ragioni: l'idea di un paese normale in cui legalità e giustizia abbiano di nuovo un senso concreto, al di là della retorica, al di là della propaganda". Critiche più o meno decise arrivano anche dall' Italia Dei Valori di Antonio Di Pietro e dal Pd.
La domanda è: la Rai tiene di più alla libertà di informazione o allo share? Sia nel primo che nel secondo caso Saviano dovrebbe comunque andare in onda. Sicuramente gli argomenti trattati dalle ultime due puntate sono uno scomodo intralcio per un certo potere politico, ma Saviano rimane un bene prezioso per gli ascolti, cioè per quello mediatico. Un personaggio trasversale agli orientamenti politici del Paese: seguito, apprezzato e ascoltato da molti che ancora credono nella legalità.
Probabilmente la Rai del passato avrebbe potuto avere a cuore la libera e pubblica informazione diretta al cittadino. Non questa Rai. La logica dell'azienda ormai pervade e indirizza l'intera società italiana, ad ogni livello: dal Paese-azienda guidato dall'imprenditore Silvio Berlusconi che scendeva in campo coronato e impreziosito dai molti successi nel mondo del business, alla stessa mamma Rai, immersa nella logica della concorrenza, del profitto pubblicitario e dello share. Che non guarda ai contenuti offerti, ma alle risposte del pubblico. Paradossalmente perciò più democratica di quanto lo fosse in passato: sono gli spettatori che, armati di telecomando, decidono quali contenuti privilegiare. Non più la Rai che educava i numerosi analfabeti del dopoguerra, ma quella continuamente plasmata dagli sfuggevoli e discontinui orientamenti dei proprio clienti.
Oggi la questione di maggior importanza tra i vertici Rai non è tanto quella relativa alla libera informazione, quanto piuttosto quella legata allo share, al potere mediatico; tuttavia, con buona pace del potere politico, stavolta questi due interessi coincidono e si muovono in una stessa direzione. Saviano fa libera informazione ma, al tempo stesso, Saviano fa ascolti.
Tutto questo riporta un po' alla sottile ironia di Michael Moore, il giornalista indipendente americano famoso per le sue numerose e scomode inchieste: dall'11 settembre agli psicofarmaci, da Guantanamo ai fast food. Moore afferma che il suo più grande alleato è lo stesso capitalismo perverso, che combatte da sempre: le sue inchieste scorrono liberamente e prive di censure nelle sale cinematografiche, diffondendosi nel globo proprio grazie all'ideale freddo e amorale del business. Michael Moore ha raggiunto una tale popolarità sull'onda di un sistema volto al solo profitto. Moore "fa audience", tutti puntano su Moore, nemici compresi. E il giornalista americano intanto continua a portare avanti la sua battaglia. Dall'interno.
Non sappiamo se Saviano potrebbe definirsi una sorta di Moore italiano, quello che è certo è che le dinamiche ora delineate sembrano riproporsi anche in Italia: Mondadori ed Einaudi -di proprietà di Silvio Berlusconi- continuano oggi a pubblicare per lo scrittore napoletano, nonostante le scintille e i continui attriti con lo stesso Premier.
Un paradosso che inietta un po' di ottimismo nel panorama della libera informazione in Italia. O forse dovremmo chiamarla semplicemente "share"?
Considerati i cospicui ascolti di "Che tempo che fa", nessuna occasione più ghiotta per lo share firmato Rai. Eppure i vertici dell'azienda hanno messo in discussione l'ipotesi delle quattro puntate, considerando la possibilità di ridurle a due. Gli argomenti scottanti di cui si vorrebbe fare a meno sono quelli riguardanti la ricostruzione post-terremoto e i rifiuti in Campania. Il primo in particolare riporterebbe in auge la spinosa questione Bertolaso, appalti, Anemone & co.
Così martedì prossimo la questione sarà di puro dominio del consiglio di amministrazione Rai.
Intanto di certo c'è solo la reazione critica e determinata di Fabio Fazio: "Se ci tolgono due puntate non vanno in onda neanche le altre. Il programma non si fa." Il Presidente Rai Paolo Garimberti ha già dichiarato la sua posizione in difesa della libertà di informazione e dell'intero corpo originario di quattro puntate, ma non tutti sembrano pensarla così e soltanto il consiglio di martedì potrà spostare l'ago della bilancia da una o dall'altra parte.
Nel frattempo da "Generazione Italia" di Gianfranco Fini arrivano appelli a Silvio Berlusconi, perchè il Premier si schieri dalla parte di Saviano. Il responsabile della testata online del movimento di Gianfranco Fini afferma "Non lo diciamo per Saviano che ha la capacità e la forza di difendersi da solo. Lo diciamo per noi e per tutti quegli italiani che vorrebbero essere ancora orgogliosi del proprio paese, per tutti quegli italiani che ancora cercano le ragioni profonde di uno stare insieme, di un riconoscersi, di un apprezzarsi. Ecco, Roberto Saviano, quel che questo ragazzo rappresenta, è una delle ragioni: l'idea di un paese normale in cui legalità e giustizia abbiano di nuovo un senso concreto, al di là della retorica, al di là della propaganda". Critiche più o meno decise arrivano anche dall' Italia Dei Valori di Antonio Di Pietro e dal Pd.
La domanda è: la Rai tiene di più alla libertà di informazione o allo share? Sia nel primo che nel secondo caso Saviano dovrebbe comunque andare in onda. Sicuramente gli argomenti trattati dalle ultime due puntate sono uno scomodo intralcio per un certo potere politico, ma Saviano rimane un bene prezioso per gli ascolti, cioè per quello mediatico. Un personaggio trasversale agli orientamenti politici del Paese: seguito, apprezzato e ascoltato da molti che ancora credono nella legalità.
Probabilmente la Rai del passato avrebbe potuto avere a cuore la libera e pubblica informazione diretta al cittadino. Non questa Rai. La logica dell'azienda ormai pervade e indirizza l'intera società italiana, ad ogni livello: dal Paese-azienda guidato dall'imprenditore Silvio Berlusconi che scendeva in campo coronato e impreziosito dai molti successi nel mondo del business, alla stessa mamma Rai, immersa nella logica della concorrenza, del profitto pubblicitario e dello share. Che non guarda ai contenuti offerti, ma alle risposte del pubblico. Paradossalmente perciò più democratica di quanto lo fosse in passato: sono gli spettatori che, armati di telecomando, decidono quali contenuti privilegiare. Non più la Rai che educava i numerosi analfabeti del dopoguerra, ma quella continuamente plasmata dagli sfuggevoli e discontinui orientamenti dei proprio clienti.
Oggi la questione di maggior importanza tra i vertici Rai non è tanto quella relativa alla libera informazione, quanto piuttosto quella legata allo share, al potere mediatico; tuttavia, con buona pace del potere politico, stavolta questi due interessi coincidono e si muovono in una stessa direzione. Saviano fa libera informazione ma, al tempo stesso, Saviano fa ascolti.
Tutto questo riporta un po' alla sottile ironia di Michael Moore, il giornalista indipendente americano famoso per le sue numerose e scomode inchieste: dall'11 settembre agli psicofarmaci, da Guantanamo ai fast food. Moore afferma che il suo più grande alleato è lo stesso capitalismo perverso, che combatte da sempre: le sue inchieste scorrono liberamente e prive di censure nelle sale cinematografiche, diffondendosi nel globo proprio grazie all'ideale freddo e amorale del business. Michael Moore ha raggiunto una tale popolarità sull'onda di un sistema volto al solo profitto. Moore "fa audience", tutti puntano su Moore, nemici compresi. E il giornalista americano intanto continua a portare avanti la sua battaglia. Dall'interno.
Non sappiamo se Saviano potrebbe definirsi una sorta di Moore italiano, quello che è certo è che le dinamiche ora delineate sembrano riproporsi anche in Italia: Mondadori ed Einaudi -di proprietà di Silvio Berlusconi- continuano oggi a pubblicare per lo scrittore napoletano, nonostante le scintille e i continui attriti con lo stesso Premier.
Un paradosso che inietta un po' di ottimismo nel panorama della libera informazione in Italia. O forse dovremmo chiamarla semplicemente "share"?
Luca Ciccarese
giovedì 27 maggio 2010
Stallo politico e movimenti dal basso
Ed è proprio il popolo, linfa vitale della democrazia, a sentirsi sempre meno rappresentato dai governi che si stanno susseguendo nelle ultime legislature. Che sta succedendo? Dove è finita l'identità politica che si è, storicamente, tanto faticato a creare? E' sicuramente scalfita, minata alle basi da cio' che ci stiamo abituando a vedere e sentire ogni giorno: un parlamento immobile, una crisi economica senza fine (nonostante i continui appelli ottimistici), imprese falliscono, disoccupazione(800.000 nuovi disoccupati nel biennio 2008-2010), malasanità e corruzione. Una società civile in balia di se' stessa, bombardata solo di tante parole, che rimangono tali.
Politici indistinguibili nei propri schieramenti propongono programmi e soluzioni ormai sovrapponibili e sempre meno efficaci a livello pratico, confermando -si noti- le "profezie" schumpeteriane del '42.
E' in questo momento che l' identità politica dei molti implode: chi scegliere quando si è in cabina elettorale? Da chi farsi rappresentare? Dal solito“migliore tra i peggiori”?
Magari meglio astenersi e non esercitare il proprio diritto, basti pensare che alle ultime elezioni regionali, tenutesi nel marzo 2010, hanno votato meno della metà degli aventi diritto.
Negli ultimi tempi, scrutando tra le nebbie di questo clima malsano, osserviamo la ricomparsa sulla scena politica -come un fiume carsico- di movimenti e correnti che sgorgano dal basso, che nascono col puro intento di opposizione alle politiche vigenti e finiscono per essere propositivi e vicini agli interessi dei votanti. Direttamente nelle piazze, nelle università e sempre più frequentemente sulla rete. Alla base c'è un'idea precisa e c'è voglia di cambiamento, di un'alternativa a cui aggrapparsi ed in cui credere. Ma c'è soprattutto concretezza nelle proposte e nelle riforme presentate, nessuna teorizzazione utopica, ma tentativi di rovesciamento concreti e istanze propositive di fronte a problemi altrettanto concreti. Tali soluzioni possono essere condivisibili o meno, estremiste o moderate, ad ogni modo ci sono e questo alla popolazione piace e dà sicurezza.
L'esempio piu' eclatante in questo senso è il caso della Lega Nord, nata nel 1989, la quale poggia le proprie basi su ideali forti e radicali. Chiari segnali del consenso crescente che questo movimento sta ottenendo nella popolazione italiana sono arrivati dalle recenti regionali: la Lega ha vinto in svariate regioni del Nord (in regioni come il Veneto ed il Piemonte ha demolito anche il PDL) e si è insediata in maniera forte nelle città storicamente “roccaforti” di partiti di centrosinistra o centrodestra.
Altro esempio, che è impossibile non citare, è il Movimento 5 stelle fondato da Beppe Grillo, movimento nato da un blog 5 anni fa e tra i primi a sfruttare a pieno l'enorme potenziale della rete. Ha toccato problemi sentiti da gran parte della popolazione declinandoli in un'ottica progressista e moderna, in netto contrasto con l'immobilismo culturale e sociale che imperversa nel paese.
Il blog ha ottenuto presto un seguito tale da poter organizzare un vero e proprio movimento politico che ad oggi conta numerosi consiglieri in giro per i comuni italiani, fino a raggiungere un importante 7% in Emilia Romagna surclassando anche l'UDC, partito storicamente piu' radicato.
Pessimo è il tentativo di soffocare questi movimenti che ascoltano e rappresentano, piu' e meglio di molti partiti "mainstream", la volontà popolare. Significa ignorare l'insoddisfazione palese di gran parte del popolo ed alimentare così focolai di ribellione irrazionale e smarrimento.
Un esempio di ciò è probabilmente il tentativo dello schieramento di centrosinistra di incolpare il Movimento 5 stelle della perdita di regioni come il Piemonte alle ultime elezioni regionali. Secondo alcuni infatti, il 5% "rubato" dal 5 stelle avrebbe causato la disfatta del PD alla presidenza regionale (tranne che nella città di Torino).
E' in realtà facile rendersi conto che questa analisi politica non abbia una base sensata, per due motivi.
Prima di tutto il pensare che nessun elettore di centrodestra abbia scelto di votare Beppe Grillo è una follia. E' ben noto che esistono elettori di destra che non si sentono più rappresentati dalle tinte scolorite del PDL e che sperano dunque in un'alternativa liberale più moderna, è sufficiente girare sulla sfera blog di internet, compreso quello del 5 Stelle per trovarne.
Inoltre la sconfitta di Mercedes Bresso, uscente dall'incarico di Governatore della Regione Piemonte, è stata minata fortemente dall'astensionismo degli insoddisfatti, stufi di oscillare tra uno schieramento e l'altro senza mai ritrovare un minimo di soddisfazione nelle proprie aspettative. Quelli che hanno votato il MoVimento probabilmente, in mancanza di questo, si sarebbero uniti agli astenuti.
Osservando l'elettore medio di un movimento, o comunque il simpatizzante, è evidente una nota di autocelebrazione, di forte orgoglio nell’ esser parte di un grosso gruppo di persone. Questo è, tra l'altro, un requisito fondamentale per dar vigore a un'organizzazione che parte dal basso priva dei numeri e della stabilità di un partito che magari affonda le proprie radici nella storia d'Italia. Altri due ingredienti, anch'essi imprescindibili, sono ideali ben delineati e naturalmente un leader carismatico. Un individuo (di solito il fondatore) in cui impersonificare tutta l'essenza del gruppo.
I leader di un movimento popolare solitamente differiscono da quelli di un partito nel rapporto con i sostenitori.
Beppe Grillo è un personaggio che fa molto affidamento sulla sua immagine, anche in seguito alla carriera da attore, rimanendo vicino alla gente comune; ma anche Mario Borghezio che, nel suo passeggiare tra i mercati delle città del Nord, incontra i propri sostenitori e discute con loro, come farebbe con un qualsiasi vicino di casa.
Questa sensazione di vicinanza e di concreta prossimità con i propri rappresentanti induce una certa fiducia nella gente. Ulteriormente invogliata a votare qualcuno che conosce da vicino.
Ecco che si sceglie di cambiare aria votando per un'alternativa che abbia chiare idee e che le illustri con parole comprensibili a tutti, contro ogni ambiguità. Che dimostri di essere vicina ai cittadini, che ne parli lo stesso linguaggio e agisca direttamente sul territorio, e non lassù in alto, come divinità intoccabili a portata di voto. E basta.
Daniele Faugiana
Redazione a cura di Chiara Paci
sabato 15 maggio 2010
L'ombra del "salvataggio": Europa a rischio default
Orientarsi nella schizofrenia dilagante delle notizie sull'economia non è cosa semplice. Soprattutto in questo periodo. L'attuale crisi -a quanto pare- sembra avere poco a che fare con l' 'antenata' del 1929, che mise in ginocchio l'occidente. Dopo pochi giorni di caos greco i mercati magicamente rialzano anche di 10 punti percentuali, le ombre nere paiono dissolversi e un nuovo ottimismo fatto di promesse e piani di salvataggio sembra pervadere l'Europa. Dobbiamo fidarci?
Dobbiamo innanzitutto distinguere bene tra economia reale e economia finanziaria. Le crisi economiche, per come le conosciamo storicamente, non scorrono in pochi giorni, ma queste che viviamo sembrano avere durata brevissima. Pazienti immaginari? In realtà si tratta di crisi finanziarie e quelle economiche ne sono spesso il frutto. L'economia reale subisce costantemente la scarica predatoria delle borse e delle speculazioni dell'economia finanziaria. La vera crisi è sempre quella dell'economia reale, non facciamoci illudere dai rialzi di borsa o dalle continue altalene di Wall Street.
I tempi stessi delle due economie sono profondamente diacronici e diversi. Guardare al mondo delle borse è come guardare alle stelle. La luce che arriva a noi da una qualsiasi stella è una luce antica, emessa migliaia di anni fa. Quella stessa stella potrebbe aver già cessato di esistere da tempo, ma noi probabilmente ci accorgeremo di questo solo fra qualche altro migliaio di anni.Gli effetti sull'economia reale sono effetti che arrivano da lontano e che certamente non risentono delle microvariazioni giornaliere delle borse. La crisi ormai ci perseguita dal 2006 e non potranno essere dei +10,1 di un martedì di maggio a risanare una situazione ormai compromessa a livello economico-sociale. Sono necessarie risposte politiche forti.
L'ottimismo e il rialzo delle borse è sbocciato dalla decisione dell'Ecofin che dopo 14 ore di dibattito, ha delineato misure di salvataggio della zona euro per il valore di 720 miliardi di euro: 440 dagli stati europei, 220 dal Fondo Monetario Internazionale, il restante dalla Commissione Europea, tutto condito con l’impegno della Banca Centrale Europea ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.
440 miliardi di euro dagli stati europei sono una cifra spropositata (considerando anche che il Regno Unito non contribuirà). Sappiamo che l'Italia sborserà 5 miliardi. Anche ipotizzando che gli altri stati dell'euro zona dovessero offrire il doppio per testa, la cifra di 440 miliardi parrebbe ancora molto lontana. E allora, come si fa? Dobbiamo presumere che questi soldi deriveranno da altro debito a carico degli stati creditori (e perciò debitori). Nuovo debito per risanare altro debito. La logica è quella di scavare una buca per coprirne un'altra.
Abbiamo detto che la BCE si impegnerà ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà (fra l'altro contravvenendo a norme europee che formalmente non lo permettono): acquistare titoli di stato significa immettere nuova liquidità nel mercato, immettere nuova moneta, nuovo denaro. Finchè l’economia rallenta e va in deflazione e le banche non prestano, non c’e’ il rischio di avere immediatamente iperinflazione, ma tale possibilità permane; e permane l'ombra di un nuovo 1929, di un indebolimento vertiginoso della moneta europea e dell' UE stessa, che rischia di sfasciarsi o di abbracciare l'ipotesi delle "due velocità".
In sostanza, queste politiche di 'salvataggio' probabilmente avranno un effetto positivo nel breve periodo, ma saranno solo palliativi che andranno a creare nuovo debito pubblico per risanarne altro. Siamo su una nave che continua ad imbarcare acqua da tutti i lati e per coprire alcune falle, ne creiamo di nuove: meccanismo che non potrà essere eterno. Dobbiamo essere cauti. Crisi future sull'onda dell'attuale saranno nuovi pezzi del mosaico economico-sociale che stiamo vivendo: un distruttivo default del sistema, che potrà mettere in ginocchio l'economia reale portando lacrime e sangue. Il 1929, quell'antenato dimenticato, non ci sembrerà poi così distante.
Dobbiamo innanzitutto distinguere bene tra economia reale e economia finanziaria. Le crisi economiche, per come le conosciamo storicamente, non scorrono in pochi giorni, ma queste che viviamo sembrano avere durata brevissima. Pazienti immaginari? In realtà si tratta di crisi finanziarie e quelle economiche ne sono spesso il frutto. L'economia reale subisce costantemente la scarica predatoria delle borse e delle speculazioni dell'economia finanziaria. La vera crisi è sempre quella dell'economia reale, non facciamoci illudere dai rialzi di borsa o dalle continue altalene di Wall Street.
I tempi stessi delle due economie sono profondamente diacronici e diversi. Guardare al mondo delle borse è come guardare alle stelle. La luce che arriva a noi da una qualsiasi stella è una luce antica, emessa migliaia di anni fa. Quella stessa stella potrebbe aver già cessato di esistere da tempo, ma noi probabilmente ci accorgeremo di questo solo fra qualche altro migliaio di anni.Gli effetti sull'economia reale sono effetti che arrivano da lontano e che certamente non risentono delle microvariazioni giornaliere delle borse. La crisi ormai ci perseguita dal 2006 e non potranno essere dei +10,1 di un martedì di maggio a risanare una situazione ormai compromessa a livello economico-sociale. Sono necessarie risposte politiche forti.
L'ottimismo e il rialzo delle borse è sbocciato dalla decisione dell'Ecofin che dopo 14 ore di dibattito, ha delineato misure di salvataggio della zona euro per il valore di 720 miliardi di euro: 440 dagli stati europei, 220 dal Fondo Monetario Internazionale, il restante dalla Commissione Europea, tutto condito con l’impegno della Banca Centrale Europea ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.
440 miliardi di euro dagli stati europei sono una cifra spropositata (considerando anche che il Regno Unito non contribuirà). Sappiamo che l'Italia sborserà 5 miliardi. Anche ipotizzando che gli altri stati dell'euro zona dovessero offrire il doppio per testa, la cifra di 440 miliardi parrebbe ancora molto lontana. E allora, come si fa? Dobbiamo presumere che questi soldi deriveranno da altro debito a carico degli stati creditori (e perciò debitori). Nuovo debito per risanare altro debito. La logica è quella di scavare una buca per coprirne un'altra.
Abbiamo detto che la BCE si impegnerà ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà (fra l'altro contravvenendo a norme europee che formalmente non lo permettono): acquistare titoli di stato significa immettere nuova liquidità nel mercato, immettere nuova moneta, nuovo denaro. Finchè l’economia rallenta e va in deflazione e le banche non prestano, non c’e’ il rischio di avere immediatamente iperinflazione, ma tale possibilità permane; e permane l'ombra di un nuovo 1929, di un indebolimento vertiginoso della moneta europea e dell' UE stessa, che rischia di sfasciarsi o di abbracciare l'ipotesi delle "due velocità".
In sostanza, queste politiche di 'salvataggio' probabilmente avranno un effetto positivo nel breve periodo, ma saranno solo palliativi che andranno a creare nuovo debito pubblico per risanarne altro. Siamo su una nave che continua ad imbarcare acqua da tutti i lati e per coprire alcune falle, ne creiamo di nuove: meccanismo che non potrà essere eterno. Dobbiamo essere cauti. Crisi future sull'onda dell'attuale saranno nuovi pezzi del mosaico economico-sociale che stiamo vivendo: un distruttivo default del sistema, che potrà mettere in ginocchio l'economia reale portando lacrime e sangue. Il 1929, quell'antenato dimenticato, non ci sembrerà poi così distante.
Luca Ciccarese
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domenica 9 maggio 2010
L'ultima lettera di Aldo Moro. 32 anni fa
"Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell'incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E' poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c'è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore.
Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca), Anna, Mario il piccolo non nato, Agnese, Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo..." (lettera incompiuta)
(Recapitata il 5 maggio)
Luca Ciccarese
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sabato 1 maggio 2010
Primo maggio in Grecia
Luca Ciccarese
venerdì 30 aprile 2010
Crack in Grecia: Finanza 1 - Economia reale 0
"Negli ultimi venti anni abbiamo assistito al progressivo dilatarsi della dimensione della finanza globale, fino ad essere del tutto svincolata dalle esigenze dell'economia reale. Con un ribaltamento di paradigma, la finanza da ancilla e' divenuta domina" Carlo Azeglio Ciampi
Speculare contro i paesi “fragili” sul piano finanziario diventa una ghiotta occasione per nuovi profitti che possano risollevare un po’ i bilanci delle numerose banche provate dalla crisi. La finanza inizia a guadagnare chiedendo tassi d’interesse più alti (per comprare i titoli di stato decennali di Atene si chiede ora un rendimento di 7 punti percentuali più alto dei Bot tedeschi quando due mesi fa era di quattro punti), scommette sul deprezzamento del valore dei titoli pubblici e sull’insolvibilità del governo di Atene.
I grandi speculatori di Wall Street sanno bene che il dollaro, l’architrave della finanza mondiale, dovrà cedere (è infatti impossibile rifinanziare la valanga di titoli del debito pubblico statunitense che verrà a scadere fra pochi mesi). Perciò va fatta crollare l’alternativa monetaria disponibile, l’euro, e creare un bisogno forzoso ed estremo di dollari.
E così con i meccanismi da loro manovrati attraverso spaventose entità criminali (le agenzie di rating), gli speculatori decidono i tempi e i modi dei crolli, su cui hanno scommesso montagne di soldi con la certezza di vincere. La Banca Centrale Europea non può acquistare i bond spagnoli o greci se il loro rating non raggiunge una certa soglia. Così, chi decide il rating può decidere quando e come far cadere i pezzi di un sistema, Stati interi. Il rating della Spagna intanto, è stato già abbassato portando un clima di panico nell' UE.
Se nel 2008-2009 i "soliti ignoti" vampiri della finanza affossavano le banche, gravate di scommesse impossibili su debitori insolventi, oggi affossano addirittura gli Stati sovrani. La politica, per coprire i debiti, avrà scelte estremamente costose da fare: aumentare le imposte, scatenare l’inflazione per ridurre il peso del debito, altrimenti fare bancarotta.
Tempisticamente perfetto d'altronde è stato l’annuncio delle banche Goldman Sachs e JP Morgan Chase: non più "soli" 45 miliardi di euro per salvare Atene, ma almeno 600 miliardi di euro. Cifra superiore a quella che martoriò le casse Usa per impedire il collasso totale nel 2008, quando i contribuenti furono salassati per 700 miliardi di dollari, una parte dei quali spudoratamente finiti nei bonus dei manager. Adesso i contribuenti, cioè coloro che dovranno pagare indirettamente la crisi greca, potremmo essere noi in quanto cittadini europei. I manager con i portafogli gonfi saranno invece sempre gli stessi. Come afferma il filosofo Umberto Galimberti, la nuova lotta di classe del XXI secolo è quella tra economia reale e finanza.
Paradossalmente, le vittime sacrificali di questa crisi- gli Stati- sono stati spesso gli stessi che attraverso i propri governanti avevano osannato la liberalizzazione della finanza e consentito la speculazione.
Ancora oggi gli Stati continuano a credere che sia bene lasciare i mercati di finanza e monete senza vincoli e tasse. La politica sembra incapace di pensare a dinamiche diverse nel rapporto tra bene comune e interessi privati, finanza ed economia reale, capitale e lavoro. Prigioniera di una visione del mondo neoliberista. Nuova ideologia totalizzante e irresponsabile.
Finiamo in 'bellezza'; Federico Rampini su «la Repubblica» del 29 aprile 2010 scrive: «Un'inchiesta del Department of Justice accusa i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Grenlight, Sac capital) di aver concordato un attacco simultaneo all'euro, in una cena segreta l'8 febbraio a Wall Street. Il giorno dopo, 9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell'euro erano schizzati oltre 54.000, un record storico. Con Goldman Sachs e Barclays in buona vista nelle cronache su quelle grandi manovre.»
Che altro aggiungere?
Luca Ciccarese
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venerdì 23 aprile 2010
Berlusconi-Fini: lo scontro. Il re è nudo?
Dopo le accese discussioni di oggi pomeriggio, il documento di lealtà alla linea politica del Premier e contrario alla possibilità di correnti interne ha ricevuto infatti solamente 11 voti contrari ed 1 astenuto. Il Pdl è -oggi come ieri- Silvio Berlusconi, Fini e i suoi sono ospiti o espedienti strategici, ormai neanche tanto graditi. Gli 11 dissidenti sono: Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Adolfo Urso, Flavia Perina, Fabio Granata, Silvano Moffa, Andrea Augello, Donato Lamorte, Pasquale Viespoli, Salvatore Tatarella, Cesare Cursi. La soddisfazione e il senso di potere del Presidente del Consiglio dopo il voto sono chiari: "abbiamo lo strumento per sbattere fuori dal partito chi non si allinea alle decisioni".
Fini sottolinea invece la profonda unidirezionalità e univocità di ogni decisione del partito, affermando tra le righe: "Ho detto chiaramente che la minoranza non ha diritto di sabotare, ma di discutere nelle sedi opportune, anche se non ho ancora capito quali siano, visto che quella fatta oggi è stata convocata dopo un anno".
Infine "Il documento è un invito ad andarcene. Ma noi resisteremo" ha dichiarato dopo il voto il finiano Fabio Granata; è quasi una minaccia che sembra mettere in crisi ogni successiva possibile decisione politica posta dalla maggioranza berlusconista. Questa ipotesi è rafforzata dai propositi dei finiani di pochi giorni fa: "Faremo impazzire il premier con una minoranza interna. Trattativa su tutto". Possibile certo, ma grava su Fini e sui suoi 'compagni' una pesante spada di Damocle: l'espulsione del dissidente sancita dal documento approvato oggi a maggioranza.
Il Premier ha certo prevalso in carisma, e non è una novità, ma nel parlamentarismo il carisma non basta, pochi disobbedienti sono comunque pericolosi per ogni maggioranza e probabilmente contagiosi. Ogni successiva mossa del Premier adesso dovrà essere cauta e misurata, il rischio sarebbe spostare parte dei deputati verso l'altro polo magnetico del Pdl, formalmente inesistente certo, ma in realtà chiaro ed evidente a tutti dopo le tensioni degli ultimi tempi.
Il Pdl non è più il partito monolitico che era, c'è una crepa maturatasi nel tempo. Fini può rappresentare certamente un alleato scomodo da un lato, ma dall'altro potrà essere una speranza per il deputato inascoltato che in futuro si ritrovi non allineato alla linea politica del Premier, ormai vero capo-azienda del Pdl. Si rischia un logoramento dall'interno.
Sicuramente Fini e i suoi potranno essere espulsi e probabilmente la mossa più azzeccata al momento per la maggioranza berlusconista sarebbe quella di farlo subito, prima di una eventuale propagazione del 'cancro'. Ma le scene viste oggi, lo scontro quasi fisico tra Fini e il Presidente, l' alzarsi in piedi sostendo fermamente le posizioni davanti al direttore generale del Pdl e alla sua platea, sono scene forti simbolicamente, rappresentano la forza e il coraggio di un'idea che mette a nudo il Premier. Un precedente pericoloso in un partito che si regge sul carisma di un solo uomo.
Luca Ciccarese
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lunedì 19 aprile 2010
Lettera a Silvio Berlusconi: l'indignazione di Saviano
Roberto Saviano scrive a Silvio Berlusconi, parole determinate e ben misurate, limpide e taglienti come vetro. Possono infondere speranza o intimorire, dipende tutto dall'interlocutore. Sono parole che forse non siamo più abituati a sentire dal mondo della politica, perchè delineano posizioni ferme, irremovibili, decise. Non c'è compromesso con la criminalità organizzata. La mafia esiste e va estirpata. L'incipit della lettera di Saviano non ha fronzoli o formalità, sono parole spontanee, a testa alta:
Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di "supporto promozionale alle cosche". Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d'Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt'ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
E' meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie, ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un'espressione ancor prima di divenire il nome di un'organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?
Saviano ricorda alcuni dati al Presidente, dati che sottolineano la reale influenza e il potere della criminalità organizzata italiana. Berlusconi aveva infatti sminuito la questione denunciando l'enfasi data alla mafia italiana con queste parole: "la mafia italiana risulterebbe essere la sesta mafia al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c'è stato un supporto promozionale a questa organizzazione criminale che l'ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese". Lo scrittore napoletano dissente con fermezza e afferma:
Il ruolo della 'ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d'affari - cento miliardi di euro all'anno di profitto - un volume d'affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché?
Continua poi proponendo alcune sconfortanti analogie demagogiche tra le parole del Premier e quelle di pezzi grossi del panorama criminale italiano:
Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che "era tutta colpa de Il Padrino" se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.
Per Saviano la parola è alla base della lotta alla mafia, la parola può sostenerne le fondamenta, la mafia si combatte con la cultura e lo scrittore trascrive al Presidente le parole di Borsellino:
Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone, pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. "La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere ... non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l'appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze".
Saviano prosegue con la medesima lucidità, è lapidario e analiticamente impeccabile. Sa quel che dice. Anche noi sappiamo quel che dice: nel paese dell'omertà tutti noi sappiamo, ma solo pochi dicono.
Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E' mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull'organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.
Eppure la sua non è un'accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un'insana voglia di apparire. Quando c'è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l'allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l'unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l'impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l'Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. [...] E' drammatico - e ne siamo consapevoli in molti - essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori. Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell'accusa, possiamo cambiare le cose.
Lo scrittore napoletano continua, le sue parole sono civili e rispettose, ma è celata tra le righe una profonda indignazione. Saviano chiede le scuse, non per sé, ma nei confronti di chi da sempre ha creduto nella lotta contro la mafia, di chi ha conosciuto l'odio cieco delle esecuzioni a sangue freddo di propri familiari e amici. Il dolore e lo strazio. La 'minaccia' velata di Saviano è quella di non pubblicare più per Mondadori ed Einaudi, case editrici di proprietà del Presidente.
Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Chiederei di porgere le sue scuse non a me - che ormai ci sono abituato - ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall'accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, "comprati". E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E' da loro che voglio risposte.
Roberto si appresta a concludere la lettera come solo ad un grande comunicatore è concesso. Poche frasi che trasudano speranza e voglia di combattere il vero cancro italiano, l'altro lasciamolo ai medici.
Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.
Parole che fanno tremare i palazzi del potere corrotto e le organizzazioni criminali, dai codardi assassini col passamontagna ai boss, dai complici omertosi ai politici con valigetta e tangente. La mafia esiste, ma esistiamo anche noi. A testa alta.
Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di "supporto promozionale alle cosche". Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d'Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt'ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
E' meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie, ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un'espressione ancor prima di divenire il nome di un'organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?
Saviano ricorda alcuni dati al Presidente, dati che sottolineano la reale influenza e il potere della criminalità organizzata italiana. Berlusconi aveva infatti sminuito la questione denunciando l'enfasi data alla mafia italiana con queste parole: "la mafia italiana risulterebbe essere la sesta mafia al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c'è stato un supporto promozionale a questa organizzazione criminale che l'ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese". Lo scrittore napoletano dissente con fermezza e afferma:
Il ruolo della 'ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d'affari - cento miliardi di euro all'anno di profitto - un volume d'affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché?
Continua poi proponendo alcune sconfortanti analogie demagogiche tra le parole del Premier e quelle di pezzi grossi del panorama criminale italiano:
Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che "era tutta colpa de Il Padrino" se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.
Per Saviano la parola è alla base della lotta alla mafia, la parola può sostenerne le fondamenta, la mafia si combatte con la cultura e lo scrittore trascrive al Presidente le parole di Borsellino:
Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone, pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. "La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere ... non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l'appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze".
Saviano prosegue con la medesima lucidità, è lapidario e analiticamente impeccabile. Sa quel che dice. Anche noi sappiamo quel che dice: nel paese dell'omertà tutti noi sappiamo, ma solo pochi dicono.
Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E' mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull'organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.
Eppure la sua non è un'accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un'insana voglia di apparire. Quando c'è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l'allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l'unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l'impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l'Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. [...] E' drammatico - e ne siamo consapevoli in molti - essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori. Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell'accusa, possiamo cambiare le cose.
Lo scrittore napoletano continua, le sue parole sono civili e rispettose, ma è celata tra le righe una profonda indignazione. Saviano chiede le scuse, non per sé, ma nei confronti di chi da sempre ha creduto nella lotta contro la mafia, di chi ha conosciuto l'odio cieco delle esecuzioni a sangue freddo di propri familiari e amici. Il dolore e lo strazio. La 'minaccia' velata di Saviano è quella di non pubblicare più per Mondadori ed Einaudi, case editrici di proprietà del Presidente.
Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Chiederei di porgere le sue scuse non a me - che ormai ci sono abituato - ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall'accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, "comprati". E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E' da loro che voglio risposte.
Roberto si appresta a concludere la lettera come solo ad un grande comunicatore è concesso. Poche frasi che trasudano speranza e voglia di combattere il vero cancro italiano, l'altro lasciamolo ai medici.
Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.
Parole che fanno tremare i palazzi del potere corrotto e le organizzazioni criminali, dai codardi assassini col passamontagna ai boss, dai complici omertosi ai politici con valigetta e tangente. La mafia esiste, ma esistiamo anche noi. A testa alta.
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